C’è una creatura che si aggira per le città italiane, perlopiù nei centri storici delle metropoli, nei quartieri dove un tempo c’erano le fabbriche e oggi ci sono i locali con il brunch a diciotto euro. Si riconosce dal passo, dal tono di voce, dalla borsa di tela con su scritto qualcosa di significativo, possibilmente in inglese, possibilmente legato a una causa che cambia ogni sei mesi. Questa creatura è l’elettore di sinistra medio italiano, e merita uno studio approfondito, documentato e soprattutto onesto. Cosa che, paradossalmente, lo metterebbe profondamente a disagio.

Prima di addentrarci in questa analisi è necessario chiarire un punto fondamentale: non stiamo parlando di una categoria monolitica. L’elettore di sinistra italiano è un universo frammentato, diviso, balcanizzato, che ha fatto della scissione non solo una pratica politica ma un vero e proprio stile di vita. Come documentato dallo storico Paul Ginsborg nel suo “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” (Einaudi, 2006), la sinistra italiana ha una tradizione di frammentazione che risale almeno al congresso di Livorno del 1921, quando il Partito Socialista si spaccò dando vita al Partito Comunista d’Italia. Da allora non ha mai smesso di dividersi, con una costanza e una dedizione che, se applicate alla ricerca scientifica, avrebbero probabilmente prodotto la cura per ogni malattia conosciuta dall’umanità, la colonizzazione di Marte e pure un sistema di trasporto pubblico che funziona a Napoli.

Ma partiamo dalla domanda delle domande: chi è, davvero, l’elettore di sinistra medio in Italia nel 2025? Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo (cattaneo.org), che da decenni studia i comportamenti elettorali italiani, il profilo sociodemografico dell’elettore del Partito Democratico e delle formazioni alla sua sinistra è cambiato radicalmente negli ultimi trent’anni. Se negli anni Settanta e Ottanta il bacino elettorale del PCI era composto prevalentemente da operai, braccianti e ceti popolari, oggi la composizione si è ribaltata con una precisione quasi chirurgica. L’elettorato di sinistra contemporaneo è prevalentemente urbano, istruito, appartenente alle professioni intellettuali e al ceto medio riflessivo, come lo ha definito il sociologo britannico Anthony Giddens. Tradotto: l’operaio vota Salvini, il professore universitario vota PD, e nessuno dei due capisce perché l’altro faccia questa scelta. Il che riassume abbastanza bene il dramma della sinistra italiana contemporanea.

Il dato è confermato dalle analisi post-elettorali dell’Istituto SWG (swg.it), secondo cui nelle elezioni politiche del 2022 il Partito Democratico ha ottenuto i suoi risultati migliori nelle zone centrali delle grandi città, tra i laureati, tra i dipendenti pubblici e tra i liberi professionisti del settore culturale e creativo. Nelle periferie, nelle aree rurali, tra gli operai e i lavoratori autonomi, la sinistra è praticamente scomparsa. È come se un partito nato per rappresentare i lavoratori avesse progressivamente sostituito il suo pubblico originario con la platea di un festival letterario. Il PCI di Togliatti riempiva le piazze di braccianti romagnoli, il PD di Schlein riempie i teatri di architetti milanesi. Il progresso, evidentemente, ha molte facce.

Questa trasformazione sociologica ha prodotto un tipo umano molto preciso, riconoscibile e classificabile con metodo quasi entomologico. L’elettore di sinistra medio italiano del 2025 vive in una grande città del Centro-Nord, preferibilmente Bologna, Firenze, Milano o Roma (ma solo in certi quartieri: Trastevere sì, Tor Bella Monaca no; Isola sì, Quarto Oggiaro possibilmente solo di passaggio). Ha una laurea, spesso magistrale, frequentemente in discipline umanistiche. Lavora nel settore pubblico, nella cooperazione, nell’editoria, nella comunicazione, nell’insegnamento o nelle professioni culturali. Il suo reddito è medio, a volte medio-basso, il che non gli impedisce di spendere cifre significative in prodotti biologici, caffè specialty e abbonamenti a piattaforme di streaming che trasmettono documentari sulla crisi climatica che guarda con l’espressione di chi assiste alla propria autopsia da vivo.

L’abitazione è un capitolo a sé. L’elettore di sinistra medio vive in un appartamento in affitto o in un piccolo bilocale di proprietà (acquistato con l’aiuto dei genitori, cosa di cui non parla volentieri perché stride con la retorica dell’emancipazione). L’arredamento è un equilibrio studiato tra minimalismo scandinavo e recupero creativo: la libreria Billy dell’IKEA accanto al mobile restaurato trovato al mercatino dell’usato, la stampa di Frida Kahlo accanto alla cartina geografica vintage, il tappeto berbero comprato durante quel viaggio in Marocco che gli ha cambiato la vita (anche se non sa spiegare esattamente come). La cucina è il santuario: niente microonde (perché “le radiazioni”), possibilmente una moka Bialetti perché la capsula è il male ecologico assoluto e il caffè specialty con il pour-over per le occasioni speciali. Sul frigorifero, immancabilmente, una calamita di Emergency e una di un museo visitato durante le ultime vacanze.

Parliamo dell’alimentazione, perché il rapporto dell’elettore di sinistra medio con il cibo è un trattato di teologia morale applicata alla gastronomia. L’elettore di sinistra medio fa la spesa con la stessa solennità con cui un cardinale celebra il concistoro. Ogni prodotto viene esaminato, giudicato, condannato o assolto in base a criteri che incrociano etica, ecologia, politica ed estetica. La frutta deve essere biologica, di stagione, a chilometro zero e possibilmente acquistata dal contadino con cui si è stabilito un rapporto personale (che consiste nel chiamarlo per nome al mercato rionale il sabato mattina, scambiare due battute sul tempo e sentirsi parte di una comunità agricola pur vivendo al quinto piano di un condominio degli anni Sessanta). La carne è un campo minato: molti l’hanno ridotta o eliminata, e chi ancora la mangia lo fa con un senso di colpa che ricorda vagamente quello di un penitente medievale. Il latte di mucca è stato sostituito dal latte di avena, di soia, di mandorla, di riso o di qualunque cereale sia attualmente in voga, e guai a chiamarlo “latte” perché tecnicamente è una “bevanda vegetale” e la precisione terminologica è fondamentale per chi ha fatto della parola il proprio strumento di lotta politica.

Tutto questo emerge dai dati Eurispes (eurispes.eu) sul consumo alimentare degli italiani, che confermano come le scelte vegetariane e vegane siano significativamente più diffuse tra i cittadini con istruzione universitaria e orientamento politico progressista. Il Rapporto Italia dell’Eurispes registra una crescita costante di vegetariani e vegani soprattutto nelle fasce urbane e istruite della popolazione. L’elettore di sinistra medio ha trasformato il piatto in un manifesto politico: dimmi cosa mangi e ti dirò per chi voti.

Ma veniamo all’organizzazione politica vera e propria, che è il cuore pulsante (e spesso aritmico) della vita dell’elettore di sinistra medio. La prima cosa da capire è che l’elettore di sinistra medio è iscritto a tutto. Ha la tessera del PD (o di Alleanza Verdi e Sinistra, o di Sinistra Italiana, o di un micro-partito che ha cambiato nome quattro volte in tre anni), la tessera dell’ARCI (arci.it), la tessera della CGIL (cgil.it), la tessera di Amnesty International, la tessera di Emergency, la tessera del circolo del cinema, la tessera della biblioteca comunale e probabilmente anche una tessera scaduta di Legambiente che tiene nel portafoglio come reliquia sentimentale. Il suo portafoglio è più un archivio di appartenenze che un contenitore di denaro, il che è anche simbolicamente appropriato.

La riunione è il sacramento fondamentale dell’elettore di sinistra medio. Se il cattolico ha la messa, il musulmano ha la preghiera, il buddista ha la meditazione, l’elettore di sinistra medio ha la riunione. La riunione è il luogo dove tutto accade e niente si decide. La riunione è il rito collettivo attraverso cui la comunità si riconosce, si conforta, si conferma nella propria identità e nella propria impotenza. La riunione media dell’elettore di sinistra medio dura dalle due alle quattro ore, si svolge in una sala comunale con le sedie di plastica, le luci al neon e un tavolo con sopra una bottiglia d’acqua minerale e un pacchetto di biscotti secchi (mai di marca, possibilmente del commercio equosolidale acquistati alla bottega Altromercato). Si apre con un “giro di interventi” che dovrebbe durare venti minuti e ne dura novanta, prosegue con una discussione che si allontana progressivamente dal tema iniziale come una navicella spaziale che perde la rotta, e si chiude con la decisione di “continuare la riflessione nella prossima riunione”, che è l’equivalente politico del “domani smetto di fumare”. Come documentato dal politologo Piero Ignazi nel suo “Partito e democrazia” (Il Mulino), la crisi dei partiti di massa ha svuotato questi rituali del loro contenuto originario senza però eliminarne la forma, creando una sorta di liturgia senza fede che viene celebrata per abitudine più che per convinzione.

Dentro la riunione si manifesta una delle dinamiche più caratteristiche dell’organizzazione di sinistra: la lotta per la parola. Tutti vogliono parlare, nessuno vuole ascoltare, e il moderatore (che nella sinistra si chiama “facilitatore”, perché le parole contano e “moderatore” suona troppo autoritario) cerca disperatamente di gestire una discussione che assomiglia sempre di più a un talk show di prima serata senza la pubblicità. C’è sempre quello che parla per venti minuti citando Gramsci, quello che parla per quindici minuti citando i dati ISTAT, quella che parla per dieci minuti citando un articolo che ha letto su Internazionale, quello che parla per cinque minuti per dire che è d’accordo con tutti ma bisogna anche considerare un aspetto che nessuno ha ancora sollevato (e che richiede altri quindici minuti di spiegazione), e infine quello che interviene all’ultimo momento per dire che la riunione è troppo lunga e bisognerebbe essere più concreti, il che innesca altri venti minuti di discussione su come essere più concreti.

Ma la riunione fisica, nel 2025, è solo la punta dell’iceberg. Il vero organismo politico dell’elettore di sinistra medio vive nei gruppi WhatsApp. Il gruppo WhatsApp è il Soviet 2.0, il Comitato Centrale tascabile, la cellula di base del partito digitale. L’elettore di sinistra medio è membro di almeno sette gruppi WhatsApp a sfondo politico: quello del circolo locale del partito, quello del coordinamento cittadino, quello della campagna per il referendum, quello del comitato per la difesa dell’ospedale, quello degli ex compagni di università che discutono di politica, quello dei genitori della scuola (che inizia parlando della mensa e finisce sempre parlando di politica) e quello generico “Resistenza e futuro” dove nessuno si ricorda più chi ha aggiunto chi e si condividono articoli di Repubblica, post di Ferruccio de Bortoli, vignette satiriche e, almeno tre volte al giorno, un messaggio vocale di qualcuno che “voleva condividere una riflessione” di undici minuti che nessuno ascolterà per intero.

Questi gruppi WhatsApp sono un ecosistema informativo chiuso e autoreferenziale, una bolla nella bolla, un acquario dove tutti i pesci nuotano nella stessa direzione e si convincono che quella sia l’unica direzione possibile. Come documentato dal Reuters Institute Digital News Report (reutersinstitute.politics.ox.ac.uk), il fenomeno delle echo chamber colpisce tutti gli orientamenti politici, ma nella sinistra italiana assume una forma particolarmente sofisticata: l’elettore di sinistra medio non legge solo le fonti che confermano le sue opinioni, le legge in modo critico, le discute, le analizza, le mette in prospettiva storica, e poi raggiunge esattamente le stesse conclusioni che aveva prima di leggerle. È un’echo chamber con la bibliografia.

L’altro grande spazio organizzativo dell’elettore di sinistra medio è la manifestazione. La manifestazione è l’epifania, il momento in cui la comunità si rivela a se stessa nella sua pienezza. L’elettore di sinistra medio va in manifestazione con la stessa devozione con cui un pellegrino va a Santiago de Compostela: il cammino è lungo, faticoso, a volte apparentemente inutile, ma il senso sta nel percorso, non nella destinazione. La manifestazione ideale dell’elettore di sinistra medio è quella del 25 aprile, Festa della Liberazione, che come documentato dall’ANPI (anpi.it) rappresenta il momento fondativo dell’identità repubblicana e antifascista. Il 25 aprile è il Natale laico dell’elettore di sinistra medio: ci si ritrova, si canta “Bella Ciao”, si ascoltano i discorsi, si mangia il panino con la porchetta (o con il seitan, a seconda del grado di radicalità alimentare), ci si commuove e si torna a casa con la sensazione calda e rassicurante di stare dalla parte giusta della storia. Il che è probabilmente vero, ma non basta a vincere le elezioni.

C’è poi il rapporto con i social network, che è un capitolo fondamentale della vita organizzativa dell’elettore di sinistra medio contemporaneo. L’elettore di sinistra medio ha un profilo Facebook che usa ancora con una certa regolarità (Facebook è diventato il social della sinistra boomer, come una piazza del paese per pensionati digitali), un profilo Instagram dove alterna foto di manifestazioni a foto di piatti vegani esteticamente curati, e un rapporto complesso con TikTok che oscilla tra il disprezzo intellettuale e l’invidia segreta per la capacità della destra di usarlo efficacemente. Come documentato dalle analisi di Socialcom e dell’Osservatorio di Pavia (osservatorio.it), i partiti di destra italiani hanno una presenza sui social media significativamente più efficace di quelli di sinistra, con contenuti più virali, più immediati e più capaci di intercettare le emozioni del pubblico. La sinistra produce contenuti più elaborati, più documentati, più lunghi e più noiosi. Un post tipico dell’elettore di sinistra medio su Facebook è un articolo di duemila parole di un editorialista di Domani condiviso con un commento di trecento parole che riassume l’articolo per chi non ha voglia di leggerlo, il che è praticamente tutti. Un post tipico dell’elettore di destra è un meme con tre parole e un’immagine che genera cinquemila condivisioni in tre ore. La battaglia della comunicazione politica è persa prima ancora di iniziare.

Questo ci porta a un tema cruciale: il rapporto dell’elettore di sinistra medio con il linguaggio. L’elettore di sinistra medio ama le parole con una passione che sconfina nella dipendenza. Non dice “problema”, dice “criticità”. Non dice “fare”, dice “mettere in campo”. Non dice “parlare”, dice “aprire un tavolo di confronto”. Non dice “litigare”, dice “gestire le complessità interne”. Non dice “non abbiamo la minima idea di cosa fare”, dice “dobbiamo avviare un percorso di elaborazione collettiva che tenga conto delle diverse sensibilità presenti nel campo progressista”. Questo linguaggio, che il linguista Tullio De Mauro avrebbe probabilmente definito un “antilingua” nel senso calviniano del termine, ha l’effetto di rendere incomprensibile anche il messaggio più semplice e di allontanare esattamente quelle persone che la sinistra vorrebbe raggiungere. Quando un operaio di Brescia sente un dirigente del PD dire “dobbiamo costruire un’alleanza larga che metta al centro le istanze dei territori con una visione sistemica che coniughi sostenibilità ambientale e giustizia sociale in un quadro di innovazione inclusiva”, la sua reazione naturale è cambiare canale e mettere la partita. Il che è comprensibile, legittimo e politicamente devastante.

L’elettore di sinistra medio ha anche un rapporto peculiare con i propri leader. Non li ama mai abbastanza, non li odia mai del tutto, li critica costantemente e li difende a intermittenza. Il leader ideale della sinistra è una figura che non esiste e non può esistere: dovrebbe essere carismatico ma non populista, colto ma non elitario, forte ma non autoritario, innovativo ma rispettoso della tradizione, giovane ma esperto, femminista ma non troppo identitario, ambientalista ma attento al lavoro, radicale ma moderato. Praticamente dovrebbe essere simultaneamente Enrico Berlinguer, Che Guevara, Greta Thunberg e il Papa, il che pone ovvi problemi logistici. Come documentato dal politologo Marc Lazar nel suo “L’Italia sul filo del rasoio” (Rizzoli), la sinistra italiana ha una lunga storia di rapporto ambivalente con la leadership: il PCI aveva il “centralismo democratico”, formula magica che permetteva di avere un leader forte fingendo che decidessero tutti insieme, mentre il PD ha il “pluralismo interno”, formula magica che permette di non avere un leader forte fingendo che sia una scelta deliberata.

C’è un aspetto dell’organizzazione dell’elettore di sinistra medio che merita attenzione particolare: il volontariato e l’associazionismo. Secondo i dati ISTAT (istat.it), in Italia ci sono oltre 360.000 organizzazioni non profit che coinvolgono circa 5,5 milioni di volontari. Una parte significativa di questo mondo è animata da persone che si collocano nell’area progressista. L’ARCI conta oltre un milione di soci e migliaia di circoli in tutta Italia, ed è il luogo dove l’elettore di sinistra medio si sente a casa: tra le pareti di un circolo ARCI, con una birra artigianale in mano, un concertino acustico nell’angolo e una discussione sulla crisi climatica al tavolo accanto, tutto ha senso. Questo è forse l’aspetto più genuinamente ammirevole dell’elettore di sinistra medio: la capacità di dedicare tempo, energia e risorse al bene comune senza aspettarsi nulla in cambio, se non il piacere di poterlo raccontare nella prossima riunione.

Il rapporto con la destra è l’ossessione che attraversa ogni aspetto della vita dell’elettore di sinistra medio. La destra è il pensiero fisso, il nemico necessario, lo specchio rovesciato senza il quale l’identità di sinistra non potrebbe definirsi. L’elettore di sinistra medio pensa alla destra più di quanto la destra pensi a lui, il che è un vantaggio strategico enorme per la destra. Ogni dichiarazione di Salvini viene analizzata, decostruita, ridicolizzata. Ogni post di Meloni viene screenshottato, commentato, condiviso con indignazione. Il paradosso è che questa ossessione finisce per dare alla destra il potere di dettare l’agenda: la sinistra reagisce sempre, non propone mai. È sempre in difesa, mai in attacco. È il portiere che guarda solo il pallone e non si accorge che la sua squadra è rimasta in nove.

Questa dinamica è stata analizzata con lucidità dal linguista George Lakoff nel suo “Non pensare all’elefante!” (Fusi Orari, 2006): la destra ha vinto la battaglia dei frame, dei quadri interpretativi, costringendo la sinistra a combattere sempre sul terreno dell’avversario. Quando la destra parla di “sicurezza”, la sinistra risponde parlando di “sicurezza” aggiungendo che la vera sicurezza è quella sociale, che la criminalità ha cause strutturali, tutte cose vere che nessuno sta ad ascoltare perché il frame è già stato impostato e la partita è già persa prima del calcio d’inizio.

In mezzo a tutto questo c’è un fenomeno che ha trasformato la vita dell’elettore di sinistra medio nell’ultimo decennio: il movimentismo episodico. Le Sardine nel 2019, i Girotondi di Nanni Moretti nel 2002, il Popolo Viola nel 2009. Lo schema è sempre lo stesso, con una regolarità che ha qualcosa di liturgico: nasce un movimento, l’entusiasmo è enorme, le piazze si riempiono, i social esplodono, gli intellettuali scrivono editoriali sul “risveglio della società civile”, e poi nel giro di pochi mesi tutto si sgonfia come un soufflé tirato fuori dal forno troppo presto. L’elettore di sinistra medio torna alla sua routine di riunioni, chat, podcast e senso di colpa, e il movimento diventa un ricordo da raccontare a cena con la stessa nostalgia con cui si racconta del concerto dei Radiohead al quale si è assistito vent’anni fa.

Perché in fondo l’elettore di sinistra medio è questo: una creatura affascinante, contraddittoria, tragicomica, profondamente umana. È il nipote del partigiano e il figlio del sessantottino, cresciuto nell’Italia di Berlusconi e invecchiato nell’Italia di Meloni, sospeso tra la nostalgia di un passato mitizzato e la paura di un futuro che non riesce a immaginare. Si organizza molto e conclude poco, parla tanto e ascolta meno di quanto dovrebbe, legge tutto e capisce meno di quanto crede. Compra il caffè equosolidale e firma petizioni e va alle riunioni e si indigna nelle chat e vota turandosi il naso e poi si lamenta di chi ha votato. Vive nella bolla e si stupisce che fuori dalla bolla il mondo sia diverso da come lo immagina. Predica l’inclusione e pratica l’esclusione, difende la scuola pubblica e sceglie quella privata montessoriana, celebra il popolo e frequenta solo i laureati, sogna la rivoluzione e ha paura del cambiamento.

Ma continua a provarci, continua a crederci, continua a presentarsi alle riunioni con le sedie di plastica e le luci al neon. E forse è proprio questa ostinazione, questa incapacità di arrendersi all’evidenza, questa folle speranza che il mondo possa essere diverso da quello che è, il tratto più bello e più tragico dell’elettore di sinistra medio italiano. Come diceva Antonio Gramsci dai “Quaderni dal carcere” (Einaudi), bisogna avere il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. L’elettore di sinistra medio ha sicuramente il pessimismo. Per l’ottimismo della volontà stiamo ancora aspettando, possibilmente seduti su una sedia di plastica in una sala comunale con le luci al neon, ascoltando un messaggio vocale di undici minuti che nessuno ha il coraggio di interrompere.

In fondo, l’unica vera rivoluzione che l’elettore di sinistra medio potrebbe fare è smettere di parlare di rivoluzione e iniziare a fare politica. Ma questo richiederebbe una riunione per discuterne, e la riunione richiederebbe un ordine del giorno, e l’ordine del giorno richiederebbe un coordinamento, e il coordinamento richiederebbe un gruppo WhatsApp, e nel gruppo WhatsApp qualcuno condividerebbe un articolo di Domani, e qualcun altro risponderebbe con un messaggio vocale di undici minuti, e alla fine si deciderebbe di continuare la riflessione nella prossima riunione. E la prossima riunione, come il Regno dei Cieli, è sempre imminente e mai presente.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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