C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui questo Paese riesce a trasformare persino un momento di crisi democratica in una commedia degli equivoci degna di Eduardo De Filippo nel suo periodo più cupo. Il 22 e 23 marzo 2026, gli italiani sono stati chiamati alle urne per un referendum costituzionale sulla giustizia, e hanno risposto con quella tipica, rassicurante, quasi commovente coerenza nazionale: hanno detto no. No alla riforma, no al governo, no a questa idea che la Costituzione sia un documento da rimaneggiare come se fosse la bozza di un contratto di locazione in attesa di revisione. E lo hanno fatto in modo netto, inequivocabile, con quella stessa determinazione silenziosa con cui il popolo italiano, nei momenti storici davvero importanti, sa ancora stupire se stesso prima ancora che il resto del mondo.
Ma facciamo un passo indietro, perché la storia di questo referendum merita di essere raccontata dall’inizio, e l’inizio è già, di per sé, abbastanza rivelatore da far capire di che pasta fosse fatta l’intera operazione.
Il governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni ha costruito negli ultimi anni un’agenda di riforme istituzionali che, nelle intenzioni dichiarate, doveva «avvicinare i cittadini alle istituzioni» e «restituire efficienza al sistema giustizia». Parole bellissime, il tipo di parole che suonano bene nei comunicati stampa e nelle dichiarazioni televisive, il tipo di parole che però, come spesso accade in politica, nascondono una geometria di interessi molto più complessa di quanto non appaia a prima vista. Bisognerebbe però fermarsi un momento, prima di analizzare il referendum nel dettaglio, e chiedersi con la necessaria franchezza chi siano esattamente le persone che hanno promosso questa riforma della giustizia, chi siede in questo governo, chi lo sostiene, chi ne trae beneficio. Perché quando si parla di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, quando si discute di riforma del sistema giudiziario, è legittimo e doveroso chiedersi se chi propone quelle riforme lo faccia nell’interesse generale del Paese o nell’interesse, molto più specifico e personale, di ridurre la capacità della magistratura di fare il proprio mestiere su persone che quel mestiere lo temono per ragioni molto concrete.
Il governo Meloni è, nei fatti documentati e verificabili, uno dei governi della storia repubblicana italiana con il maggior numero di componenti sotto inchiesta, rinviati a giudizio o con procedimenti penali alle spalle. Non è un’accusa politica generica: è un dato di cronaca giudiziaria che chiunque può verificare consultando gli archivi dei principali quotidiani nazionali. Questo non significa automaticamente colpevolezza, perché il principio di presunzione di innocenza è un valore fondamentale di ogni stato di diritto, quello stesso stato di diritto che però il governo sembra così ansioso di riformare. Significa però che esiste un evidente conflitto di interessi strutturale quando le stesse persone che hanno procedimenti penali aperti a loro carico decidono di riformare il sistema che quei procedimenti gestisce. Se questa coincidenza non turba chi la osserva, significa semplicemente che non ci si è fermati abbastanza a lungo a guardarla.
E qui arriviamo al paradosso centrale, quello che rende questa storia non solo politicamente rilevante ma quasi letterariamente perfetta nella sua costruzione. Un governo che promette di combattere la criminalità, di tutelare i cittadini, di garantire la legalità, è lo stesso governo che ha abolito la legge Bonafede sul contrasto alla corruzione, introdotta nel 2019 e che aveva finalmente dato all’Italia strumenti più robusti per perseguire reati come il peculato, la concussione e la corruzione nel settore pubblico e privato. L’abolizione, avvenuta attraverso modifiche legislative progressivamente introdotte tra il 2023 e il 2024, ha di fatto ridotto pene e allungato termini di prescrizione per reati che, guarda caso, riguardano spesso persone che ricoprono o hanno ricoperto incarichi pubblici. Una coincidenza, naturalmente. Come tutte le altre coincidenze di questo governo, che colleziona coincidenze con una frequenza che farebbe invidia a un giocatore di poker particolarmente fortunato.
Sulla stessa linea si inserisce l’abolizione del reato di abuso di ufficio, cancellato con il decreto legislativo approvato nell’estate del 2024. Il reato di abuso di ufficio, previsto dall’articolo 323 del Codice Penale, era lo strumento con cui la magistratura poteva perseguire il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurava a sé o ad altri un vantaggio patrimoniale ingiusto ovvero arrecava ad altri un danno ingiusto. I sostenitori dell’abolizione hanno sostenuto, non senza qualche argomento tecnico, che la norma era formulata in modo troppo ampio e generava un’eccessiva «paura della firma» tra i funzionari pubblici, frenando l’attività amministrativa. Argomento valido in astratto, peccato che l’alternativa scelta non sia stata una riformulazione più precisa della fattispecie ma la sua completa eliminazione. Come se, per risolvere il problema di un semaforo mal calibrato, si decidesse di togliere il semaforo e lasciare l’incrocio senza regolazione. La soluzione più semplice, non necessariamente la più saggia.
Ma il catalogo delle meraviglie di questo governo non si esaurisce qui, anzi è appena cominciato, e continuare a scorrere la lista produce un effetto strano, un misto di stupore e di quella particolare forma di sconforto che si prova quando si realizza che qualcosa di molto brutto sta accadendo sotto gli occhi di tutti e la maggioranza delle persone è troppo distratta, troppo stanca o troppo sopraffatta dall’accumulo di notizie per reagire con la forza che la situazione richiederebbe.
Prendiamo il tema del lavoro e del diritto di protesta, due cose che in una democrazia sana dovrebbero essere considerate intoccabili quanto la libertà di parola o il diritto di voto. Il decreto sicurezza bis, e poi le successive modifiche normative introdotte dal governo Meloni, hanno progressivamente ristretto gli spazi legali di manifestazione e protesta, aumentando le pene per condotte legate alle manifestazioni pubbliche e introducendo strumenti di criminalizzazione del dissenso che in altri contesti europei avrebbero scatenato dibattiti parlamentari di settimane. Il decreto anti-rave, approvato in modo rapidissimo nell’ottobre 2022, uno dei primi atti del governo appena insediato, è stato presentato come una misura contro i raduni illegali ma nella sua formulazione originale era sufficientemente vago da poter essere applicato a qualsiasi raduno di più di cinquanta persone che «turbasse l’ordine pubblico», con pene fino a sei anni di reclusione. Una norma così ampia da sembrare scritta non per vietare i rave ma per rendere giuridicamente rischioso qualsiasi tipo di assembramento non autorizzato, il che in uno stato democratico dovrebbe far venire i brividi.
Il decreto sicurezza approvato nel 2024, definito da penalisti e costituzionalisti una delle normative più problematiche degli ultimi decenni per la sua compatibilità con i principi costituzionali, ha ulteriormente ampliato i casi di arresto in flagranza differita, ha introdotto il reato di rivolta carceraria con pene sproporzionate, e ha esteso l’applicazione del regime del carcere duro a una platea di reati più ampia. La Corte Costituzionale e numerosi giudici di merito hanno già sollevato dubbi sulla conformità di diverse disposizioni con la Carta fondamentale, ma il governo va avanti con la certezza di chi sa di avere i numeri in Parlamento e considera i numeri l’unica forma di legittimità che conta.
Sul fronte della libertà di espressione, il decreto che introduce misure contro i discorsi d’odio in materia antisemita, nella sua formulazione concreta, ha sollevato preoccupazioni serie da parte di associazioni per la libertà di stampa e di accademici che si occupano di diritto dell’informazione. Il rischio, documentato in numerosi pareri giuridici, è che norme pensate per proteggere minoranze vulnerabili vengano applicate in modo da silenziare critiche legittime, dibattiti storici o posizioni politiche scomode. La linea tra la protezione di una minoranza e la limitazione del dibattito pubblico è sottile, e affidarla all’interpretazione di un governo che ha già mostrato scarsa tolleranza per il dissenso non è esattamente una garanzia di equilibrio.
E poi ci sono le donne. Il governo che si è presentato agli elettori con la prima presidente del Consiglio donna della storia italiana, evento indiscutibilmente storico sul piano simbolico, ha prodotto politiche che in materia di diritti delle donne rappresentano uno dei passi indietro più significativi degli ultimi trent’anni. I fondi per i centri antiviolenza sono stati ridotti in termini reali, le politiche di sostegno alla maternità sono rimaste ancorate a un modello familiare tradizionale che penalizza le donne lavoratrici, il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza è stato riaperto in modo da mettere sotto pressione l’applicazione della legge 194, consentendo alle associazioni pro-vita di accedere ai consultori con modalità che diversi operatori sanitari e associazioni femministe hanno definito intimidatorie e lesive della privacy delle donne. La presidente del Consiglio più potente d’Italia ha costruito il suo potere su un’immagine che non ha quasi nulla a che fare con il femminismo, e questo sarebbe già materiale per un saggio da solo, ma il punto è che le donne italiane nel 2026 si trovano in una condizione peggiore rispetto al 2022 su quasi tutti gli indicatori misurabili che riguardano parità salariale, tutela della maternità, accesso ai servizi di salute riproduttiva e rappresentanza nei luoghi decisionali.
Parlare di promesse elettorali di questo governo significa addentrarsi in un territorio dove l’ironia rischia di diventare crudeltà, perché le promesse erano tante, erano precise, erano urlate nei comizi con quella enfasi retorica che è il marchio di fabbrica di chi sa che nessuno farà i conti alla fine della legislatura, o almeno ci spera. Abbassare le tasse, tagliare il cuneo fiscale in modo strutturale e permanente, bloccare l’immigrazione irregolare, assumere decine di migliaia di medici e infermieri, riformare le pensioni togliendo la legge Fornero, portare l’Italia ad avere una voce autonoma in Europa. L’elenco è lungo e la distanza tra le promesse e la realtà è così siderale da far sospettare che chi le ha formulate avesse già incluso nel calcolo il fatto che non sarebbero mai state mantenute, o forse semplicemente non si fosse preoccupato di verificarne la fattibilità prima di pronunciarle davanti alle telecamere.
La sanità pubblica italiana, che già prima del governo Meloni versava in condizioni di grave sottof inanziamento strutturale, ha continuato a deteriorarsi. Le liste d’attesa per visite specialistiche e interventi chirurgici hanno raggiunto livelli record in diverse regioni, i pronto soccorso sono costantemente in stato di emergenza, il personale sanitario è esausto e sottoretribuito rispetto alla media europea, e la migrazione di medici e infermieri verso altri Paesi europei ha assunto proporzioni preoccupanti. Nel frattempo, il bilancio della difesa è stato portato progressivamente verso l’obiettivo del due percento del PIL richiesto dalla NATO, il che significa che le risorse spostate dalla sanità e dal welfare sono andate in parte a finanziare un settore militare e industriale che ha i suoi lobbisti ben posizionati nei palazzi romani e a Bruxelles. Scelta legittima, difendibile anche, ma che andrebbe fatta con onestà dicendo agli elettori che si sceglie di spendere meno per gli ospedali e di più per gli armamenti, non nascondendola dietro la retorica dell’atlantismo e della sicurezza collettiva.
E poi c’è l’Albania. I centri di trattenimento per migranti costruiti in Albania, frutto di un accordo con il governo di Tirana presentato dal governo italiano come una soluzione innovativa al problema dell’immigrazione irregolare, si sono rivelati una delle pagine più costose e meno efficaci della politica migratoria italiana degli ultimi anni. Il costo complessivo dell’operazione, stimato in centinaia di milioni di euro per i primi anni di funzionamento, ha prodotto un numero di rimpatri effettivi che è stato definito eufemisticamente «inferiore alle previsioni» dai commentatori più gentili e «ridicolmente basso» da quelli meno inclini alla diplomazia. I tribunali italiani hanno ripetutamente sollevato questioni di compatibilità della procedura con il diritto dell’Unione Europea e con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il governo ha risposto modificando le norme di riferimento per rendere le procedure più difficilmente impugnabili, e nel frattempo i migranti continuavano ad arrivare esattamente come prima, perché le cause strutturali dei flussi migratori non si risolvono costruendo centri di detenzione su suolo straniero ma affrontando le ragioni politiche, economiche e climatiche che spingono le persone a lasciare i propri Paesi.
Tutto questo mentre il governo italiano mostrava nei confronti dell’amministrazione Trump una deferenza che in altri momenti storici avrebbe fatto alzare sopracciglia anche ai più atlantisti degli atlantisti. La presidente del Consiglio italiana ha costruito la propria immagine di leader conservatrice di riferimento internazionale anche attraverso una vicinanza con l’universo politico trumpiano che va ben oltre la semplice convergenza di vedute su alcune politiche specifiche. In un momento in cui l’Europa sta cercando faticosamente di costruire una propria autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti, un’autonomia resa urgente dalle politiche commerciali e militari dell’amministrazione Trump che hanno messo sotto pressione l’intero sistema di alleanze occidentali, l’Italia guidata da Meloni ha scelto una posizione di allineamento che molti osservatori europei hanno definito subalterna e che ha ridotto il peso negoziale italiano nelle sedi europee in cui si stanno prendendo decisioni cruciali per il futuro del continente.
La riforma della giustizia, con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante come elemento centrale, si inserisce in questo quadro con una coerenza che è quasi ammirevole nella sua sfacciataggine. Un governo pieno di indagati che vuole riformare il sistema che gestisce le indagini. Un governo che ha abolito il reato di abuso di ufficio e indebolito gli strumenti anticorruzione che vuole separare i pubblici ministeri dai giudici. Un governo che ha ridotto gli spazi di libertà di manifestazione e di parola che vuole mettere mano all’assetto costituzionale della magistratura. Se tutto questo fosse un romanzo, l’editore avrebbe chiesto all’autore di rendere i personaggi un po’ meno ovvi, un po’ meno didascalici, un po’ meno caricaturali nella loro coerenza interna. Ma la realtà, come è noto, non ha il problema di dover risultare plausibile.
Ed è precisamente in questo contesto che il No del 22 e 23 marzo 2026 acquista il suo significato più pieno. Non era solo un No a una riforma tecnica del sistema giudiziario. Era un No pronunciato da un Paese che, forse per un momento, ha fatto la somma di tutto quello che aveva visto negli ultimi anni e ha deciso che era abbastanza. Abbastanza manomissioni, abbastanza promesse non mantenute, abbastanza riforme che sembrano progettate per proteggere chi le propone invece che per migliorare la vita di chi le subisce, abbastanza decreti che limitano diritti invece di ampliarli, abbastanza sperperare risorse pubbliche in operazioni vetrina invece di investirle nei servizi che le persone usano ogni giorno.
Il dettaglio che però rende questa vicenda particolarmente rivelatore è la scelta di tenere questo referendum senza quorum. In Italia esistono due tipologie principali di referendum: quello abrogativo, disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione, che richiede la partecipazione di almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto per essere valido, e il referendum costituzionale previsto dall’articolo 138, che non prevede alcun quorum strutturale nel caso in cui si seguano determinate procedure. La scelta di costruire il percorso referendario in modo da escludere il quorum non è stata una svista tecnica né un incidente burocratico. È stata una scelta politica deliberata, ragionata, e per certi versi persino elegante nella sua brutalità strategica. Se il referendum avesse previsto il quorum, l’opposizione avrebbe avuto a disposizione un’arma potentissima e collaudata: l’astensionismo di massa, lo stesso meccanismo che ha affossato decine di referendum nella storia repubblicana italiana.
Il governo aveva fatto i suoi calcoli, e i calcoli sembravano quadrare: in un Paese dove la partecipazione al voto è in calo strutturale da vent’anni, un referendum senza quorum avrebbe potuto passare anche con una mobilitazione ridotta ma motivata della propria base elettorale. Quello che non aveva previsto è che l’Italia ha una memoria lunga quando si tratta di Costituzione. Non sempre, non su tutto, non in modo uniforme, ma quando percepisce che qualcosa di fondamentale è in gioco, quella memoria si riattiva con una potenza sorprendente. Lo aveva già dimostrato nel dicembre 2016, quando il referendum costituzionale di Matteo Renzi sulla riforma del Senato si era concluso con una sconfitta netta del Sì, il 59,12% contro il 40,88%, con una partecipazione al voto del 65,47%, dati certificati dal Ministero dell’Interno.
I costituzionalisti si sono divisi, come d’abitudine, tra chi ha visto nella separazione delle carriere un allineamento alle pratiche europee, citando il modello francese e quello tedesco, e chi ha sottolineato che il modello italiano di pubblico ministero come parte del corpo giudiziario ha radici precise nella tradizione costituente del 1948, una tradizione costruita con gli occhi ancora aperti sull’esperienza del ventennio fascista, quando la magistratura era stata svuotata di autonomia e trasformata in strumento dell’esecutivo. I costituenti sapevano benissimo cosa stessero scrivendo e perché. Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Giovanni Leone erano persone che avevano vissuto il fascismo e che stavano costruendo un sistema di garanzie pensato esplicitamente per non permettere che quella storia si ripetesse. Smontare quelle garanzie pezzo per pezzo, con la stessa pazienza con cui si smonta un orologio complicato per vedere cosa succede se si toglie una rotella alla volta, non è riforma. È qualcos’altro, e il nome di quel qualcos’altro è meno rassicurante.
Mani Pulite, che piaccia o meno, ha cambiato la storia politica italiana con un’azione della magistratura requirente che non avrebbe potuto esistere senza quella relativa autonomia dal potere esecutivo che la Costituzione garantisce. Si può discutere all’infinito sugli eccessi di quell’esperienza, sulle modalità, sulle distorsioni mediatiche e giudiziarie che ha prodotto. Ma chiunque sostenga in buona fede che la separazione delle carriere sia una riforma puramente tecnica senza effetti sulla capacità della magistratura di indagare il ceto politico sta dicendo qualcosa di difficile da sostenere con gli occhi aperti davanti alla storia, soprattutto quando quella riforma viene proposta da un governo i cui componenti hanno un rapporto con la magistratura che non si potrebbe definire sereno neanche con la migliore delle volontà.
Quello che ha colpito nella campagna per il No è la qualità e la varietà della mobilitazione. Non si è trattato solo di partiti di opposizione che facevano il loro mestiere, non solo di magistrati che difendevano le proprie prerogative, non solo di intellettuali e costituzionalisti che firmavano appelli. Si è trattato di una mobilitazione civile ampia, che ha ricordato, nei toni e nell’intensità, quella del 2016. Comitati, assemblee, dibattiti, campagne sui social condotte non solo dai professionisti della comunicazione politica ma da persone comuni che avevano deciso di capire cosa stesse accadendo e che, evidentemente, una volta capito avevano scelto da che parte stare. In un’epoca in cui la disaffezione politica è considerata la condizione naturale del cittadino contemporaneo, questo è già di per sé un fatto degno di nota, e forse di speranza.
L’anima antifascista dell’Italia è una cosa che gli italiani tendono a dare per scontata finché qualcuno non sembra minacciarla davvero. Non si tratta di gridare al fascismo ogni volta che il governo di destra propone una riforma: quella è demagogia, e la demagogia alla lunga logora le parole fino a renderle inutilizzabili proprio nel momento in cui servono. Si tratta invece di riconoscere che alcune strutture istituzionali hanno un valore che va oltre la loro efficienza immediata, che esistono per ragioni storiche precise, che smontarle richiede una cautela e una legittimità democratica che non si misurano solo in seggi parlamentari. E si tratta di riconoscere che un governo che nello stesso arco di tempo ha abolito strumenti anticorruzione, eliminato reati contro l’abuso di potere, ristretto la libertà di manifestazione, compresso i diritti delle donne, sperperato risorse pubbliche in operazioni di facciata, tagliato sulla sanità per dare alle lobby delle armi, e mostrato una deferenza quasi commovente verso un presidente americano che considera gli alleati europei dei clienti morosi, non ha la credibilità morale per presentarsi come riformatore del sistema giudiziario nell’interesse dei cittadini.
Il governo ha reagito alla sconfitta con la compostezza di chi ha appena preso uno schiaffo davanti alle telecamere e deve decidere in tempo reale se fingere che non faccia male o ammettere che fa malissimo. La dichiarazione che il percorso di riforma della giustizia continuerà attraverso le vie ordinarie del Parlamento è stata pronunciata con quella sicurezza un po’ ostentata che caratterizza chi ha perso una battaglia ma vuole far credere che stesse combattendo per vincere la guerra. Forse è così. Forse questo No è solo una pausa, non una conclusione. Forse il prossimo anno, o quello dopo, ci sarà un altro tentativo, con un’altra formulazione, attraverso un altro percorso. La storia italiana delle riforme costituzionali è fatta di tentativi, sconfitte e nuovi tentativi, in un ciclo che sembra non avere fine.
Ma il 22 e 23 marzo 2026, almeno per quei due giorni, l’Italia ha ricordato a se stessa e al proprio governo chi comanda davvero. Non chi ha i seggi in Parlamento, non chi ha i microfoni nelle conferenze stampa, non chi scrive i decreti e li chiama sicurezza mentre rendono il Paese meno sicuro per chi dissente. Comanda il popolo sovrano, quello stesso popolo a cui il governo si richiama ogni volta che gli fa comodo e che ignora ogni volta che esprime opinioni diverse dalle proprie. Quel popolo ha votato No, e il No è rimasto in piedi senza quorum perché non ne aveva bisogno. Aveva la maggioranza, quella vera, quella che si conta nelle urne e non nei sondaggi.
Che poi il biscotto si sia spezzato anche stavolta è quasi consolante. Almeno sappiamo che c’è ancora qualcuno disposto a spezzarlo nel modo giusto, anche quando il forno di palazzo Chigi continua a sfornare prodotti che nessuno ha ordinato.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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