C’è qualcosa di profondamente freudiano nell’ossessione della destra italiana per la Costituzione. È come quella ex fidanzata che non riesce a dimenticare, che continua a stalkare sui social, di cui parla male a tutti gli amici ma che segretamente vorrebbe ancora possedere, magari dopo averla rifatta secondo i propri gusti con qualche intervento di chirurgia plastica costituzionale. “Non è lei il problema,” si ripetono mentre piangono nel cuscino, “è che non mi capisce, non è abbastanza flessibile, ha sempre da ridire su tutto quello che voglio fare.”
Perché diciamocelo chiaramente: quando Giorgia Meloni, Matteo Salvini e tutto il parterre di aspiranti riformatori costituzionali parlano della Costituzione del 1948, hanno lo stesso tono di chi descrive un’auto vecchia che “ancora funziona ma dai, ormai è ora di cambiarla.” Solo che non stiamo parlando di una Panda del ’92 che perde olio, stiamo parlando del testo fondativo della nostra democrazia, quel documento che ci ha tenuto lontani dal fascismo per settantacinque anni e che evidentemente dà molto fastidio a chi vorrebbe fare un po’ come gli pare.
La verità è che la destra italiana guarda alla Costituzione come un adolescente guarda al coprifuoco imposto dai genitori: una rottura di palle immensa, un ostacolo alla propria libertà di far casino, una serie di regole antiquate imposte da gente morta che “non capiva come funziona il mondo vero.” E come ogni adolescente frustrato, continuano a sbattere le porte metaforiche urlando “quando sarò grande farò quello che voglio!” Peccato che quando diventano effettivamente grandi – cioè quando vanno al governo – si scontrano sempre con lo stesso problema: quella maledetta Costituzione continua a dire di no.
Ma partiamo dall’inizio, quello storico, quello che a scuola ci hanno raccontato con toni soporiferi mentre noi pensavamo a tutt’altro. L’Assemblea Costituente del 1946-1947 era un circo di gente che si odiava cordialmente: democristiani che pregavano in latino, comunisti che sognavano Soviet italiani con la mozzarella, socialisti che cercavano di mediare, liberali che si chiedevano come diavolo erano finiti lì in mezzo. Eppure, miracolosamente, questa banda di disperati ha partorito una delle costituzioni più belle e garantiste del mondo occidentale. E lo ha fatto per un motivo molto semplice: avevano appena visto cosa succede quando lasci troppo potere in mano a uno solo, e Mussolini appeso a Piazzale Loreto era un reminder piuttosto efficace.
Ma la destra italiana, quella che discende direttamente dal Movimento Sociale Italiano (cioè dai fascisti che dopo il ’45 non sapevano dove andare e hanno fatto un partito), ha sempre avuto con questa Costituzione il rapporto che un vegano militante ha con una macelleria. Giorgio Almirante non la votò mai, e i suoi eredi spirituali continuano a considerarla una sorta di complotto comunista mascherato da democrazia. “È piena di principi sociali,” dicono con lo stesso tono con cui diresti “è piena di scarafaggi.” Già, perché dire che tutti hanno diritto al lavoro, che la proprietà ha una funzione sociale, che lo Stato deve ridurre le disuguaglianze è evidentemente roba da bolscevichi.
La genialità della narrazione di destra è aver trasformato il garantismo costituzionale in “lacci e lacciuoli,” come se la separazione dei poteri fosse tipo le catene di Prometeo invece che, sapete, la base della democrazia liberale. Ogni volta che propongono una riforma costituzionale usano gli stessi aggettivi: “snellimento,” “efficienza,” “governabilità,” “decisionalità.” Tutti sinonimi eleganti di “vogliamo concentrare il potere e liberarci di chi rompe i coglioni con i controlli.”
E qui arriviamo al punto centrale dell’ossessione: il sogno erotico del presidenzialismo. Come riporta Giorgia Meloni in ogni comizio, l’Italia ha bisogno di un “premier eletto direttamente dal popolo” che possa “governare davvero” senza “intralci parlamentari.” Traduzione: vogliamo qualcuno che una volta eletto possa fare il cazzo che gli pare per cinque anni mentre il Parlamento fa da coro greco, applaudendo educatamente e approvando tutto senza fiatare.
Il modello è sempre quello: la Francia di De Gaulle, gli Stati Uniti, chiunque permetta di dire “io ho vinto quindi comando io.” Peccato che la Francia semi-presidenziale sia un casino di instabilità con proteste permanenti, e gli Stati Uniti abbiano rischiato il colpo di stato il 6 gennaio 2021 quando un tizio con faccia da zucca ha aizzato i suoi fan a invadere il Congresso. Ma vabbè, dettagli.
La cosa divertente è che quando la destra italiana era all’opposizione, adorava la Costituzione. “La Costituzione dice che,” “secondo i principi costituzionali,” “questa legge è anticostituzionale.” Poi vanno al governo e improvvisamente la Costituzione diventa “vecchia,” “inadeguata,” “scritta in un’altra epoca.” È come quei tizi che quando gli conviene citano la Bibbia versetto per versetto e poi mangiano maiale di venerdì mentre tradiscono la moglie, ma vabbè, siamo flessibili.
Il tentativo più epico di stupro costituzionale lo ha fatto Silvio Berlusconi nel 2005-2006 con la riforma della “devolution,” che fu sonoramente bocciata dal referendum con il 61,3% di no. Quella riforma era un capolavoro di ingegneria politica: avrebbe trasformato l’Italia in una specie di confederazione impazzita, rafforzato i poteri del premier (guarda caso Berlusconi), e sostanzialmente permesso al Cavaliere di governare come un CEO che gestisce un’azienda invece che come il presidente del Consiglio di una democrazia parlamentare.
Ma il popolo italiano, quello stesso popolo che Berlusconi aveva illuso di rappresentare, gli ha fatto un sonoro vaffanculo. E questo è il punto: tutti i tentativi di stravolgere la Costituzione sono sempre finiti male. Gli italiani si lamentano di tutto, criticano sempre, sono cinici e disincantati, ma quando gli tocchi la Costituzione diventano improvvisamente dei giuristi scrupolosi. È come se sapessero, con un istinto animale, che quella roba lì è l’ultima barriera tra loro e il ritorno al Ventennio, versione 2.0 con i social media.
Veniamo a Matteo Renzi, che tecnicamente non è di destra ma ha fatto una riforma costituzionale che la destra avrebbe sottoscritto con entusiasmo. La riforma Boschi del 2016 voleva abolire il bicameralismo perfetto, trasformare il Senato in un organo decorativo tipo la Regina d’Inghilterra, e dare al governo carta bianca per governare senza troppi fronzoli democratici. Fu bocciata con il 59% di no, e Renzi si dimise piangendo che gli italiani non capivano niente. Classico: quando il popolo vota come voglio io è “la voce della democrazia,” quando vota diversamente è “populismo ignorante.”
Ma torniamo alla destra contemporanea, quella di Meloni e Salvini, che sul presidenzialismo hanno costruito metà del loro consenso. L’idea è sempre la stessa: “datemi i pieni poteri e vi farò vedere io come si governa.” Salvini lo diceva letteralmente, “pieni poteri,” come se fosse una cosa normale in democrazia e non una citazione da manuale del perfetto dittatore. Meloni è più sofisticata, parla di “premierato forte” e “stabilità,” ma il succo è identico: voglio governare senza rotture di coglioni.
E qui casca l’asino, perché la Costituzione del 1948 è stata scritta esattamente per rompere i coglioni. È il suo scopo primario. È piena di “però,” “tuttavia,” “salvo che,” “nel rispetto di.” È un labirinto di garanzie, contrappesi, controlli incrociati. È come un contratto prematrimoniale scritto da avvocati paranoici che hanno già divorziato tre volte. E lo è di proposito, perché i costituenti avevano capito una cosa fondamentale: il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente, come diceva Lord Acton.
Ma la destra italiana questa lezione non l’ha mai imparata. O meglio, l’ha imparata benissimo ma fa finta di no. Come nota la politologa Nadia Urbinati, la tentazione autoritaria di molti leader contemporanei si basa proprio sull’idea di bypassare i controlli democratici in nome dell’efficienza. “La democrazia è lenta,” dicono. “Ci sono troppi veti,” lamentano. “Non si riesce a fare nulla,” piangono. Traduzione: “vogliamo fare quello che ci pare senza dover rendere conto a nessuno.”
Il federalismo leghista è un altro capitolo tragicomico di questa saga. Umberto Bossi negli anni ’90 voleva letteralmente spezzare l’Italia in tre pezzi – Padania, Etruria e Mediterranea – come se fossimo una torta da dividere al compleanno. L’idea era che il Nord ricco potesse finalmente liberarsi del Sud parassita e vivere felice e contento producendo Prosecco e cotechini senza dover condividere nulla con quei terroni lavativi.
Il problema di questa narrazione, oltre a essere profondamente offensiva e storicamente falsa, è che ignora completamente come funziona uno Stato. Come evidenzia Gianfranco Viesti, economista pugliese che ha dedicato la vita a smontare queste puttanate, il Sud è povero non perché i meridionali siano geneticamente pigri, ma per precise scelte politiche ed economiche fatte dallo Stato unitario che hanno favorito il Nord industriale a scapito del Mezzogiorno agricolo. Ma vabbè, la storia vera è noiosa, meglio il mito del nordista operoso e del sudista scansafatiche.
L’autonomia differenziata che la Lega sta spingendo adesso è la versione educata della secessione. Invece di dire apertamente “noi ce ne andiamo”, dicono “vogliamo più competenze regionali.” Il risultato pratico è lo stesso: le regioni ricche si tengono i soldi, quelle povere si arrangiano, e l’Italia diventa una confederazione dove Milano conta come la Germania e Reggio Calabria come la Moldavia.
Ma la Costituzione, quella vecchia rompi coglioni, dice all’articolo 5: “La Repubblica, una e indivisibile.” Quattro parole che mandano in bestia la Lega da trent’anni. “Ma perché indivisibile?” si lamentano. “Perché non possiamo dividerci se vogliamo?” Beh, perché sei uno Stato nazionale, caro amico, non un condominio dove ognuno può andarsene quando gli pare. E soprattutto perché se permetti la secessione dei ricchi, non hai più una democrazia ma una plutocrazia dove chi ha i soldi fa quello che vuole.
Veniamo al rapporto della destra con il cattolicesimo, che è un altro capitolo di ipocrisia olimpionica. Quando gli conviene, citano i valori cristiani, la famiglia tradizionale, la vita dal concepimento. Vorrebbero ficcare nella Costituzione il divieto di aborto, il divieto di eutanasia, la definizione di famiglia come “unione tra uomo e donna.” Tutto bellissimo, molto pio, molto devoto.
Peccato che poi gli stessi leader vivano come rockstar, divorziando e risposandosi più volte di Elizabeth Taylor, tradendo allegramente, accumulando patrimoni che farebbero arrossire Creso. Ma vabbè, quella è la vita privata, qui stiamo parlando di princìpi. Gesù Cristo, che cacciava i mercanti dal tempio e diceva che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, evidentemente non aveva capito come funziona il capitalismo moderno.
La Chiesa cattolica, va detto, è sempre stata ambigua su queste riforme. Da un lato la CEI difende i “valori non negoziabili” e spinge per costituzionalizzare certe norme morali; dall’altro i vescovi più avveduti sanno benissimo che trasformare la Costituzione in un catechismo è un pessimo affare anche per la Chiesa. Perché quando confondi legge civile e morale religiosa, finisci per discreditare entrambe.
E qui torniamo al punto centrale: la Costituzione non è un testo religioso, è un patto sociale. Non deve riflettere una specifica morale, ma garantire che ognuno possa vivere secondo la propria morale senza rompere i coglioni agli altri. Vuoi essere cattolico osservante? Benissimo, la Costituzione te lo garantisce. Vuoi essere ateo materialista? Idem. Vuoi essere buddista vegano che fa yoga? Pure. Il punto è che nessuno può imporre la propria visione del mondo a tutti gli altri.
Ma per la destra italiana questo è inaccettabile. L’idea che possa esistere più di un modo legittimo di vivere, che le scelte personali siano appunto personali, che lo Stato debba restare neutrale su questioni morali, è vista come relativismo pericoloso, come degrado morale, come fine della civiltà. E quindi, ogni volta che possono, cercano di ficcare nella Costituzione le loro preferenze etiche camuffate da “princìpi fondamentali.”
La riforma costituzionale proposta da Meloni non è ancora dettagliata, ma dalle anticipazioni sappiamo che punterà sul premierato forte, sull’elezione diretta, sulla riduzione dei contrappesi. Sarà interessante vedere come la confezioneranno per venderla agli italiani. Probabilmente useranno gli stessi argomenti di sempre: “stabilità,” “efficienza,” “basta con i governi che cadono.” Come se la stabilità fosse un valore in sé, come se la Germania nazista non fosse stata stabilissima.
La verità è che i governi italiani cadono non perché la Costituzione è difettosa, ma perché abbiamo un sistema politico frammentato dove nessuno riesce a mantenere le maggioranze. E questo non lo risolvi modificando la Costituzione, lo risolvi costruendo partiti seri con programmi credibili invece di personalismi esasperati e partitini creati sul momento.
Ma costruire partiti seri è faticoso, richiede tempo, militanza, cultura politica. Molto più facile dire “cambiamo la Costituzione e tutto si risolve.” È la stessa logica del tizio sovrappeso che invece di mettersi a dieta e fare sport vuole la liposuzione: risultati immediati senza fatica. Peccato che poi, dopo sei mesi, torni grasso come prima perché non hai cambiato le abitudini.
Gli italiani, secondo l’Istat, sono abbastanza scettici sulle riforme costituzionali. Hanno imparato a proprie spese che quando un politico dice “fidati, questa riforma è per il tuo bene,” probabilmente è per il suo. E quindi, quando arriva il referendum, votano no. Non perché siano dei costituzionalisti raffinati, ma perché hanno sviluppato un sano istinto di sopravvivenza democratica.
Ed è buffo, perché la destra passa il tempo a dire che gli italiani sono stufi della partitocrazia, che vogliono un leader forte, che sognano l’uomo della provvidenza. E poi, quando gli dai la possibilità di votare per trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale, ti mandano affanculo. È come se gli italiani fossero più intelligenti di quanto i loro leader pensino. Scioccante, lo so.
Ma la destra non si arrende mai. È come quei tizi su Tinder che dopo il terzo rifiuto cambiano foto profilo, bio e strategia di approccio ma rimangono sempre gli stessi disperati: ogni volta finisce con un ghosting, ogni volta ci riprovano con un nuovo account, ogni volta il risultato è identico – zero match e tanta frustrazione. Solo che quelli su Tinder al massimo rompono i coglioni a qualche malcapitata, mentre questi vogliono riscrivere le regole della convivenza di sessanta milioni di persone.
Perché dietro questa ossessione riformatrice c’è una visione politica precisa: quella del capo carismatico che incarna la volontà popolare e governa senza mediazioni. È la logica del cesarismo democratico, quella che ha funzionato così bene nel Novecento che abbiamo avuto due guerre mondiali e vari genocidi. Come avverte Steven Levitsky, le democrazie contemporanee non muoiono con i carri armati per strada ma attraverso la modifica apparentemente legale delle regole del gioco.
Prima cambi la Costituzione per concentrare i poteri nell’esecutivo. Poi nomini giudici compiacenti. Poi controlli i media. Poi limiti le opposizioni. Poi, quando qualcuno protesta, dici “ma l’ha votato il popolo, è tutto democratico.” Ed è vero, tecnicamente è democratico. Ma è quella forma particolare di democrazia che i politologi chiamano “democrazia illiberale” o, più onestamente, “autocrazia elettorale.” Voti ogni tanto, ma tra un voto e l’altro chi comanda fa quello che vuole.
Esempi? Ungria di Orban, Russia di Putin, Turchia di Erdogan. Tutti eletti democraticamente, tutti che hanno modificato le costituzioni per rafforzare i propri poteri, tutti che adesso governano come sultani. E tutti, va notato, molto amati dalla destra italiana. Orban è un idolo per Salvini e Meloni, che vedono in lui il modello di “leader forte” che loro vorrebbero essere.
Il problema è che la Costituzione del 1948, quella vecchia scorbutica, continua a dire di no. Continua a mettere paletti, limiti, controlli. Continua a essere quella madre rompicoglioni che quando torni a casa alle tre di notte sbronzo ti aspetta in cucina con le braccia conserte dicendo “e adesso dove sei stato?” Fastidiosa? Sicuramente. Necessaria? Assolutamente sì.
Ma forse il punto più tragicomico di tutta questa storia è che la destra italiana, quella che vuole cambiare la Costituzione in nome della “volontà popolare,” in realtà rappresenta una minoranza del Paese. Con il 26% dei voti Fratelli d’Italia è il primo partito, ma governano in coalizione e comunque rappresentano meno del 50% degli elettori, che a loro volta sono meno del 50% degli aventi diritto perché un sacco di gente non va più a votare.
Quindi, ricapitolando: una minoranza di una minoranza vuole cambiare la Costituzione che dovrebbe rappresentare tutti. È come se in un condominio di cento famiglie, venti di loro decidessero di modificare il regolamento condominiale per favorire se stesse, ignorando le altre ottanta. Tecnicamente puoi farlo se hai la maggioranza in assemblea, ma non è esattamente il massimo dell’equità.
E qui torniamo al senso profondo della Costituzione: non è un documento di maggioranza, è un documento di garanzia per tutti, specialmente per le minoranze. Se la Costituzione può essere stravolta dalla maggioranza del momento, allora non è più una Costituzione ma una legge ordinaria travestita. E questo è esattamente ciò che la destra vorrebbe: una Costituzione flessibile, facilmente modificabile, adattabile ai propri desideri del momento.
Ma i costituenti del 1948, che non erano stupidi, hanno reso la Costituzione rigida apposta. Ci vogliono procedure complicate, due passaggi per camera, maggioranze qualificate o referendum. È faticoso, lungo, frustrante. Ed è perfetto così. Perché se modificare la Costituzione fosse facile, ogni governo ci metterebbe le mani e in dieci anni non ci capiremmo più niente.
Ma la destra, come ogni adolescente frustrato, pensa che le regole siano fatte per essere infrante. O almeno, cambiate quando non ti piacciono più. E quindi eccoli qui, ogni santo governo di centro-destra, con la loro proposta di riforma costituzionale che “rivoluzionerà l’Italia” e “ci porterà nel futuro.” Peccato che il futuro che hanno in mente assomigli sospettosamente a un passato che abbiamo già vissuto e che non è andato particolarmente bene.
In conclusione, l’ossessione della destra italiana per la riforma costituzionale è il sintomo di un disagio più profondo: l’incapacità di accettare che in democrazia non puoi fare tutto quello che vuoi, anche quando vinci le elezioni. Che esistono limiti, contrappesi, garanzie per chi perde. Che la maggioranza non ha sempre ragione. Che il potere va condiviso, non concentrato. Che la democrazia è lenta, complicata, frustrante, ma è anche l’unica alternativa alla tirannia.
E finché la Costituzione del 1948 rimarrà in piedi, con tutti i suoi articoli pignoli e le sue garanzie fastidiose, la democrazia italiana avrà ancora una possibilità. Non perché quella Costituzione sia perfetta – nessun testo umano lo è – ma perché finora ha funzionato abbastanza bene da tenerci lontani dai disastri. E in politica, a volte, “abbastanza bene” è già un miracolo.



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