C’è un momento preciso in cui tutto cambia. Non è il 6 gennaio 2021, anche se quella data ha il pregio della fotogenia apocalittica: tizi con le corna di bisonte che invadono il Campidoglio è un’immagine che difficilmente dimentichi. No, il momento in cui tutto cambia è molto più banale, molto più quotidiano e molto più difficile da individuare, perché somiglia in maniera inquietante a una normale sera davanti al computer. Qualcuno apre un forum, legge qualcosa che lo fa arrabbiare, poi legge qualcosa che lo fa arrabbiare ancora di più, e alla fine si ritrova convinto che l’élite liberal mondiale gestisca un traffico di bambini in un seminterrato che probabilmente non esiste. Il problema non è la persona. Il problema è il sistema che ha trasformato questa traiettoria in un percorso quasi inevitabile.

Per capire come gli Stati Uniti siano arrivati al 2025 con oltre duecento ottanta gruppi estremisti attivi online, bisogna fare un passo indietro e resistere alla tentazione di considerare questo fenomeno come qualcosa di improvviso, come se internet un giorno si fosse svegliato con i baffi cattivi e una rivoltella. La radicalizzazione online americana ha radici profonde che affondano nel terreno fertilissimo della sfiducia istituzionale, e quella sfiducia ha una storia che parte ben prima che qualcuno inventasse il wi-fi.

Nel 1992 a Ruby Ridge, nell’Idaho, un agente federale uccide la moglie e il figlio di Randy Weaver durante un’operazione mal condotta. Nel 1993, settantasei persone muoiono nell’assedio di Waco, quando i federali attaccano il complesso dei Branch Davidiani guidati dal visionario David Koresh. Due anni dopo, Timothy McVeigh fa esplodere un edificio federale a Oklahoma City, uccidendo centosessantotto persone, inclusi diciannove bambini in un asilo nido. McVeigh non è pazzo, nel senso clinico del termine. È un veterano della Guerra del Golfo, ben inserito nella cultura delle milizie, convinto che Ruby Ridge e Waco siano prove inconfutabili di un governo disposto a massacrare i propri cittadini. La sua logica è aberrante, ma segue una traiettoria narrativa coerente. È questo che spaventa davvero: non la follia, ma la coerenza interna di un sistema di credenze costruito su fatti reali, piegati e distillati fino a diventare carburante per la violenza.

Tutto questo accade prima di internet. O meglio, prima che internet diventasse la cosa che conosciamo oggi. È importante ricordarlo perché c’è una narrazione comoda, molto amata nei salotti progressisti e nei convegni sulla disinformazione digitale, secondo cui la radicalizzazione sarebbe essenzialmente un problema tecnologico. Basta regolamentare le piattaforme, rimuovere i contenuti tossici, insegnare il pensiero critico nelle scuole, e l’estremismo svanisce come nebbia al sole. Questa visione è confortante perché sposta la responsabilità su oggetti inanimati, algoritmi, server, cavi in fibra ottica, e allontana la domanda scomoda: cosa succedeva nell’America rurale e periurbana già prima che qualcuno aprisse il primo account su 4chan?

Con l’arrivo del nuovo millennio e l’esplosione digitale post-Duemila, l’ecosistema cambia radicalmente. L’attacco dell’undici settembre produce un effetto paradossale: da un lato consolida momentaneamente l’identità nazionale americana attorno a un nemico esterno riconoscibile, dall’altro lato semina i primi germi del complottismo di massa moderno. Il sito Loose Change, che sosteneva che le Torri Gemelle fossero crollate per demolizione controllata su ordine del governo americano, ottiene decine di milioni di visualizzazioni. Si rideva, all’epoca. Si consideravano queste robe il territorio di qualche disadattato con troppo tempo libero e troppa carta stagnola in casa. Ma i pattern narrativi che Loose Change metteva in campo, la logica del “chi trae vantaggio”, il governo come entità necessariamente malevola, la verità nascosta che solo pochi eletti riescono a vedere, sono esattamente gli stessi che nel 2017 avrebbero alimentato QAnon. Non è nostalgia: è genealogia intellettuale.

L’elezione di Barack Obama nel 2008 produce un’ulteriore accelerazione. La combinazione di una presidenza nera, una crisi economica devastante e la proliferazione dei social media crea le condizioni ideali per la crescita di gruppi come i Three Percenters e gli Oath Keepers, organizzazioni che si presentano come difensori della Costituzione ma che in realtà funzionano come incubatrici di paranoia antigovernativa. Il reclutamento avviene sempre di più online. I forum di discussione, i siti di notizie alternative, i primi canali YouTube di denuncia, costruiscono un’infrastruttura informativa parallela che non ha bisogno di essere accurata per essere persuasiva. Ha solo bisogno di essere emotivamente coinvolgente, e la rabbia è il combustibile emotivo più economico che esista.

Poi arriva il 2016, e con il 2016 arriva la fusione definitiva tra cultura digitale e politica istituzionale che nessuno aveva davvero previsto, o almeno nessuno ammette di aver previsto. Donald Trump non inventa nulla: utilizza un linguaggio, un repertorio di provocazioni, una logica comunicativa che 4chan aveva già codificato negli anni precedenti. Il tweet come arma, il meme come manifesto politico, l’insulto come strategia negoziale, la negazione sistematica della realtà condivisa come tattica elettorale. “Fake news” non è solo un’espressione di scontento nei confronti dei media tradizionali. È la dichiarazione programmatica che la verità oggettiva non esiste, che tutto è narrativa, e che la narrativa più grezza e più urlata vince sempre su quella più raffinata e documentata. È una tesi epistemologica travestita da slogan da comizio, e ha cambiato il modo in cui milioni di americani percepiscono la realtà in maniera probabilmente irreversibile.

In questo contesto nasce QAnon, e vale la pena dedicargli l’attenzione che merita, non per glorificarlo ma perché rappresenta qualcosa di genuinamente nuovo nella storia del complottismo americano. Prima di QAnon, le teorie della cospirazione erano più o meno passive: credevi che Kennedy fosse stato ucciso dalla CIA, ma questo non ti chiedeva necessariamente di fare qualcosa. QAnon è diverso perché è interattivo, ramificato, costruito come un gioco di ruolo con missioni, indizi, ricompense narrative e la promessa costante che la grande rivelazione, lo storm, il momento in cui i buoni vinceranno e i malvagi saranno arrestati, sia sempre imminente. Questo meccanismo è psicologicamente devastante perché crea dipendenza. Ogni volta che la profezia non si avvera, non si conclude che la profezia era falsa: si conclude che i malvagi sono ancora più potenti di quanto si pensasse, che la battaglia è ancora più grande, che l’impegno deve essere ancora più totale.

Un sondaggio Ipsos del 2021 rilevava che il diciassette percento degli americani credeva almeno in parte alla narrativa di QAnon. Per dare una misura: stiamo parlando di circa cinquanta milioni di persone. Cinquanta milioni di persone che condividono, in misura variabile, la convinzione che esista una cospirazione di pedofili satanisti gestita dall’élite liberal e che Trump fosse l’unico in grado di sconfiggerla. È la più grande operazione di ingegneria narrativa della storia recente, e nessuno sa ancora con certezza chi l’abbia costruita, perché, o quanta parte di essa fosse organizzata e quanta fosse il risultato caotico di migliaia di contributi anonimi su 8chan.

Il 6 gennaio 2021 è la conseguenza logica, non l’eccezione. Centinaia di persone che invadono il Campidoglio sono convinte, genuinamente convinte, di stare combattendo una guerra cosmica contro le forze del male. Questo non le assolve penalmente, ma rende il fenomeno ancora più inquietante di quanto non sarebbe se si trattasse di semplice opportunismo criminale. L’opportunismo criminale è gestibile. Le crociate religiose sono storicamente molto più difficili da fermare.

Ma QAnon è, per quanto strano possa sembrare, la parte relativamente più comprensibile del panorama. Ci sono gruppi che operano in maniera molto più silente e molto più pericolosa. I Boogaloo Bois, per esempio, un movimento che prende il nome da una parodia di forum nerd e che si presenta con l’estetica assurda delle camicie hawaiane abbinate ai fucili d’assalto, auspicano apertamente una nuova guerra civile americana, che chiamano boogaloo, e si coordinano online per prepararsi a quel giorno. L’estetica volutamente ridicola è parte della strategia: rende difficile capire dove finisce l’ironia e dove inizia il progetto politico reale. Spoiler: non finisce mai, perché l’ironia è il progetto politico.

Ancora più inquietante è il gruppo 764, identificato dall’FBI come una delle minacce più serie del panorama estremista contemporaneo. Non ha un’ideologia coerente nel senso tradizionale del termine: è un collettivo nichilista che recluta principalmente adolescenti attraverso piattaforme come Discord e Roblox, ambienti pensati per i videogiochi ma utilizzati come spazi di addestramento narrativo e di grooming ideologico. Il Washington Post ha documentato come questi gruppi utilizzino un lessico codificato, dove espressioni apparentemente innocue nascondono discussioni su attacchi a cliniche, scuole e luoghi di culto. Il terrorismo non ha più bisogno di una base operativa, di un deposito di armi, di una struttura gerarchica riconoscibile. Ha bisogno di uno smartphone, di una connessione internet e di un adolescente abbastanza isolato da sembrare appetibile.

Il Department of Homeland Security ha rilevato che nel 2024 il ventitré percento dei sospettati di estremismo violento domestico aveva meno di venticinque anni. Questa è la statistica che dovrebbe tenere svegli i policy maker, e invece tende a comparire in fondo ai comunicati stampa, dopo le sezioni sul rafforzamento delle frontiere e i paragrafi sul terrorismo internazionale. Il nemico domestico è sempre il più difficile da nominare, perché nominar lo significa ammettere qualcosa di profondo sul funzionamento della società che lo ha prodotto.

Le piattaforme, dal canto loro, hanno dimostrato una capacità di risposta che oscilla tra l’inadeguata e la farsesca. Dopo il 6 gennaio 2021, Facebook, Twitter e YouTube hanno annunciato con grande enfasi operazioni di pulizia massiccia, rimozioni di account, limitazioni agli algoritmi di raccomandazione. Alcune di queste operazioni hanno avuto effetti reali, nel senso che hanno costretto molti gruppi a migrare su piattaforme meno regolamentate, il che in termini di riduzione del danno complessivo è circa equivalente a spostare la spazzatura dall’ingresso al salotto. I contenuti non spariscono: si frammentano, si decentralizzano, si moltiplicano. E ogni operazione di censione produce il suo ciclo narrativo di persecuzione e martirio, che alimenta ulteriormente la radicalizzazione di chi rimane.

Il problema strutturale è che gli algoritmi delle piattaforme sono stati progettati per massimizzare l’engagement, e la rabbia è il contenuto che massimizza l’engagement meglio di qualsiasi altra emozione. Non è necessariamente dolo: è la conseguenza logica di aver costruito sistemi di distribuzione dei contenuti ottimizzati per il tempo di permanenza senza mai chiedersi se il tempo di permanenza fosse un buon indicatore del benessere degli utenti. La risposta, come ormai sappiamo, è no. Ma nel frattempo il sistema ha creato milioni di percorsi di radicalizzazione progressiva, ognuno personalizzato sulle preferenze dell’utente, ognuno progettato per portarlo verso contenuti sempre più estremi perché i contenuti estremi tengono incollati allo schermo più a lungo dei contenuti moderati. È un algoritmo che produce estremisti come effetto collaterale della ricerca di pubblicità.

La risposta governativa a tutto questo è stata lenta, frammentata e cronicamente indebolita da quella peculiare contraddizione americana che consiste nel voler combattere l’estremismo ideologico in un paese dove il Primo Emendamento tutela quasi qualsiasi espressione, inclusa quella che auspica la distruzione delle istituzioni democratiche. Il DHS ha classificato ufficialmente la radicalizzazione online come minaccia prioritaria solo nel 2021, ovvero dopo che il Campidoglio era già stato assaltato, il che dal punto di vista del tempismo è paragonabile ad acquistare l’assicurazione sulla casa mentre i vigili del fuoco spengono l’incendio. Il Digital Extremism Intelligence Task Force istituito nel 2023 ha poteri limitati proprio per via delle tutele costituzionali, e i gruppi si adattano con una velocità che le istituzioni federali non riescono a eguagliare: cambiano nome, cambiano piattaforma, cambiano lessico, migrano su server ucraini o su applicazioni proprietarie costruite apposta per evitare la moderazione.

C’è un concetto che aiuta a capire perché questa guerra sia così difficile da combattere, ed è il concetto di comunità sostituiva. La radicalizzazione online funziona perché offre qualcosa che la società mainstream non riesce più a fornire: appartenenza, scopo, identità, la sensazione che la propria vita abbia un significato più grande. Un ragazzo di diciannove anni che non ha trovato lavoro, non ha prospettive reali, non si sente parte di nessuna comunità riconoscibile, che trova in un server Discorde un gruppo di persone che lo accoglie, gli spiega che i suoi problemi non sono colpa sua ma di forze oscure e identificabili, e gli offre un ruolo in una narrativa epica dove lui è il guerriero contro il sistema, quel ragazzo non sta scegliendo l’estremismo perché è stupido o perché è malato. Sta scegliendo la prima comunità che lo ha fatto sentire qualcuno. Questo è il vero carburante della radicalizzazione, e nessun algoritmo di moderazione può risolverlo perché il problema non è online: è nella realtà.

Nel 2025, il Center for Strategic and International Studies conta oltre duecentottanta gruppi con presenza online e potenziale operativo reale negli Stati Uniti, di cui circa il quaranta percento si coordina tramite ambienti criptati e sistemi decentralizzati. È un numero che dovrebbe impressionare, ma che tende a perdere il suo impatto nel mare di numeri inquietanti che caratterizza il dibattito pubblico contemporaneo. Siamo diventati insensibili alle statistiche dell’estremismo nello stesso modo in cui siamo diventati insensibili alle statistiche delle sparatorie di massa: registriamo, commentiamo, dimentichiamo, aspettiamo il prossimo episodio.

La vera novità del 2025 non è tanto la dimensione quantitativa del fenomeno quanto la sua pervasività istituzionale. Non stiamo più parlando solo di individui isolati che preparano attacchi nei propri scantinati. Stiamo parlando di candidati con espliciti legami con milizie armate che vengono eletti in organi di governo locali negli stati conservatori, di sceriffi che dichiarano pubblicamente di non voler applicare determinate leggi federali, di una penetrazione del linguaggio e della logica estremista nei corpi elettivi che avviene in maniera graduale e quasi normalizzata. L’estremismo non si è solo radicalizzato: si è istituzionalizzato, il che è una cosa diversa e per certi aspetti più pericolosa.

L’apocalisse digitale di cui si parla nei titoli dei giornali non è un evento futuro. È un processo in corso, silenzioso per la maggior parte del tempo, rumoroso e spettacolare nei suoi momenti di massima visibilità. Non si combatte aggiornando i termini di servizio di Twitter o inserendo filtri negli algoritmi di YouTube, anche se queste cose hanno comunque una loro utilità marginale. Si combatte affrontando le condizioni materiali e psicologiche che rendono la radicalizzazione un’opzione attraente per milioni di persone: la solitudine, la mancanza di prospettive, il crollo della fiducia nelle istituzioni, il deficit di comunità reali in cui le persone si sentano riconosciute e valorizzate.

Ma questa è una risposta lenta, costosa, politicamente poco gratificante, che richiede investimenti in cose difficili da misurare e da vendere nell’arco di un ciclo elettorale. È molto più facile annunciare l’ennesima task force, l’ennesimo programma di counter-terrorism digitale, l’ennesima audizione parlamentare con i CEO di Meta e Google che fingono di essere sorpresi dai danni prodotti dai loro prodotti. Il teatro della risposta istituzionale è quasi perfetto nella sua inutilità performativa. Nel frattempo, qualcuno apre un server Discord, recluta tre adolescenti annoiati e comincia a costruire la prossima narrativa apocalittica.

L’America è da sempre il paese delle grandi promesse e dei grandi disastri. Ha inventato la democrazia moderna e la pubblicità subliminale. Ha prodotto il jazz e la sedia elettrica. Ha costruito il sistema universitario più avanzato del mondo e il sistema di disuguaglianza economica più devastante dell’Occidente. Che abbia prodotto anche la radicalizzazione digitale di massa più sofisticata mai vista è, in fondo, perfettamente coerente con questa tradizione. Il problema è che stavolta l’export non è la musica o i jeans o i film: è un modello di guerra civile permanente a bassa intensità, combattuta con meme e spari, algoritmi e fucili, dove la vittoria non consiste nel conquistare un territorio ma nel convincere abbastanza persone che la realtà condivisa non esiste più.

E se la realtà condivisa non esiste, non esiste nemmeno la possibilità di un accordo, di un compromesso, di una convivenza. Esiste solo il conflitto, eterno, algoritmicamente ottimizzato e in diretta su Twitch. L’apocalisse digitale non ha bisogno di una data di inizio perché è già in corso. Ha già cambiato la password del wi-fi, come si diceva. E il manuale di istruzioni per recuperare l’accesso non è ancora stato scritto. O forse è già stato scritto, ma è sepolto sotto quattromila thread su QAnon e nessuno ha il tempo di leggerlo.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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