C’è un paradosso che cammina per le vie d’Italia, e ha la forma di uno striscione. Da una parte la stoffa dice “Il fascismo è un crimine”, dall’altra qualcuno in divisa prende nota di chi lo regge. Siamo nel 2025, ottant’anni esatti dalla Liberazione, e in questo Paese fondato sulla Resistenza – come amava ricordare Sandro Pertini con quella sua voce arrochita da troppe Nazionali senza filtro e troppi discorsi contro i prepotenti – accade una cosa curiosa: chi ricorda che il fascismo fu una dittatura viene identificato dalla polizia, mentre chi sfila in camicia nera viene protetto dallo Stato. Non è una boutade da bar dello sport, è cronaca documentata. E la cronaca, si sa, è testarda quanto i fatti. Lo diceva Antonio Gramsci nei suoi quaderni dal carcere, e lo confermava George Orwell nei suoi reportage dalla Catalogna: i fatti sono ostinati, resistono alle narrazioni, sbucano fuori anche quando li si vorrebbe nascondere sotto il tappeto della retorica istituzionale.
Prendiamo Dongo, per esempio. Un borgo sul Lago di Como, cartolina da vendere ai turisti, vigneti e ristoranti con vista. Ogni anno, in primavera, quando la natura risorge e i ciliegi fioriscono, lì va in scena un rito che sembra uscito da un film di Monicelli girato male: il raduno dei nostalgici del Ventennio. Camicie nere stirate di fresco, saluti romani eseguiti con zelo filologico, gagliardetti col fascio littorio, canti d’epoca e fiori deposti davanti a lapidi che commemorano i “caduti della RSI”. Il tutto sotto gli occhi di un cordone di polizia in assetto antisommossa, schierato non per impedire l’apologia di regime – reato previsto dalla legge Scelba del 1952, confermata dalla Mancino del 1993, ribadita dalla Fiano mai approvata – ma per tenere a distanza chi protesta. Sì, avete capito bene: i cittadini che osano ricordare che quei “caduti” erano dalla parte sbagliata della storia vengono respinti, identificati, a volte denunciati per “turbativa dell’ordine pubblico”. Gli eredi spirituali della Repubblica Sociale Italiana, invece, possono sfilare indisturbati, protetti dallo stesso Stato che nella Costituzione ha scritto nero su bianco, all’articolo XII delle Disposizioni transitorie e finali: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Ora, uno potrebbe chiedersi: come è possibile? Come si arriva a questo cortocircuito istituzionale, morale, storico? La risposta è semplice e complessa insieme. Semplice perché basta guardare i nomi, i simboli, le dichiarazioni di chi oggi siede al governo: dall’uso disinvolto della fiamma tricolore agli omaggi a Giorgio Almirante, dalla nostalgia per il Ventennio espressa in interviste giovanili mai rinnegate fino alle recenti polemiche sulla “pacificazione nazionale”, il filo rosso – o meglio, nero – è evidente. Complessa perché dietro questa deriva non c’è solo un partito, c’è un’intera cultura politica che da decenni lavora per sdoganare il fascismo, presentandolo come “un’epoca complessa”, “un pezzo della nostra storia”, “una cosa del passato che non torna più”. Tutte formule retoriche che mirano allo stesso scopo: normalizzare l’orrore, depotenziare la memoria, equiparare vittime e carnefici.
E qui bisogna fermarsi un attimo, perché la questione della memoria non è un esercizio accademico, una diatriba da salotto buono. È una questione politica, nel senso più alto del termine. La memoria è potere. Chi controlla il passato controlla il presente, e chi controlla il presente controlla il futuro, scriveva Orwell in “1984”, e aveva ragione da vendere. Non a caso, ogni regime che si rispetti comincia riscrivendo la storia. I talebani distruggono i Buddha di Bamiyan, lo Stato Islamico rade al suolo Palmira, Stalin cancella Trotsky dalle foto, Mao riscrive la Lunga Marcia. E in Italia, ottant’anni dopo la Liberazione, si cerca di riscrivere il fascismo.
Non con la censura brutale dei totalitarismi novecenteschi, per carità: siamo in democrazia, abbiamo la Costituzione più bella del mondo, la libertà di stampa, il pluralismo. Ma con metodi più sottili: lo svuotamento semantico, l’inversione dei ruoli, la criminalizzazione di chi resiste. Così, chi espone uno striscione antifascista diventa “un provocatore”, chi ricorda i crimini del regime viene accusato di “fare politica”, chi cita la Costituzione è bollato come “ideologico”. Nel frattempo, chi sfila in camicia nera è solo “un nostalgico”, chi fa il saluto romano “esprime un disagio sociale”, chi commemora la RSI “esercita un diritto democratico”. Capovolto tutto, come in una casa degli specchi dove destra e sinistra, sopra e sotto, verità e menzogna si confondono fino a perdere significato.
Ma i fatti, dicevamo, sono testardi. E allora vediamoli, questi fatti. A Pavia, il 25 aprile 2024, uno striscione con la scritta “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine” viene fatto rimuovere dalla polizia su ordine della questura. Motivazione: “Rischio di turbativa dell’ordine pubblico”. Traduzione: meglio non disturbare i fascisti, potrebbero arrabbiarsi. A Milano, nel febbraio 2023, alcuni studenti del liceo Manzoni vengono identificati per aver esposto un cartello con scritto “Fascisti carogne, tornate nelle fogne”. Slogan forte? Certo. Illegale? No. Offensivo? Dipende per chi. Per chi ha letto i libri di storia, no. Per chi pensa che Mussolini abbia fatto “anche cose buone”, forse sì. A Torino, nel gennaio 2025, un’insegnante di lettere viene sospesa dall’insegnamento per aver fatto leggere in classe “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e averne discusso con gli studenti in chiave antifascista. Accusa: “Indottrinamento ideologico”. Come se spiegare la Resistenza fosse paragonabile a fare propaganda per un partito, come se raccontare Milton, Johnny e Fulvia fosse equiparabile a una lezione di catechismo politico. Fenoglio, va ricordato, non era un ideologo: era un partigiano delle Langhe che dopo la guerra preferì scrivere romanzi anziché comizi, e che nella letteratura italiana resta uno dei testimoni più lucidi e meno retorici della guerra civile. Ma tant’è: oggi anche Fenoglio è sospetto.
E poi c’è Dongo. Sempre Dongo, che ritorna ogni anno come un incubo ricorrente. Perché Dongo non è un posto qualunque: è il luogo dove finì Benito Mussolini, e dove oggi i suoi eredi spirituali si radunano per celebrarlo come un martire. Ma martire di cosa? Di quale causa? Della dittatura che abolì il Parlamento, mise fuori legge tutti i partiti tranne il PNF, instaurò il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, mandò al confino antifascisti, socialisti, comunisti, liberali, cattolici democratici? Della politica estera che portò l’Italia in Etiopia con i gas, in Spagna con i bombardamenti su Barcellona, in Albania con l’invasione, in Grecia con la guerra di aggressione? Dell’alleanza con Hitler, sancita dal Patto d’Acciaio nel 1939, che trascinò l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale al fianco del Terzo Reich? Delle leggi razziali del 1938, copiate da quelle di Norimberga, che esclusero gli ebrei italiani dalla scuola, dall’università, dalle professioni, preparando il terreno alla deportazione e allo sterminio? Sì, perché di questo stiamo parlando: non di “opinioni politiche”, non di “scelte difficili in tempi difficili”, ma di crimini. Crimini storici, giuridici, morali.
E a Dongo, Mussolini non ci arrivò da eroe. Ci arrivò da fuggiasco. Era il 27 aprile 1945, l’Italia del Nord era in mano all’insurrezione partigiana, Milano era insorta, Torino liberata, Genova in festa. E lui? Lui scappava. Travestito da soldato tedesco, con un cappotto della Wehrmacht, un elmetto calato sugli occhi, cercando di mimetizzarsi in un convoglio di militari nazisti in ritirata verso la Svizzera. Con lui, la sua amante Claretta Petacci, anche lei travestita. Non c’era Rachele, la moglie legittima, madre dei suoi figli. Non c’erano i gerarchi, in fuga ognuno per conto suo. C’era un Duce sconfitto, umiliato, terrorizzato, che sperava di attraversare il confine e rifugiarsi in un Paese neutrale. Portava con sé documenti falsi, valigie piene di sterline e franchi svizzeri, gioielli, lingotti. Portava anche i diari della Petacci, compromettenti e scottanti, forse pensava di usarli come merce di scambio con gli Alleati. Non sappiamo cosa sperasse esattamente: forse l’esilio dorato, forse un processo controllato, forse la clemenza degli angloamericani, sempre più interessati a contenere il comunismo che a fare giustizia sui fascisti. Ma non ebbe tempo di scoprirlo. I partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, comandati da Pier Luigi Bellini delle Stelle, fermarono il convoglio a Musso, lo riconobbero, lo arrestarono. Il giorno dopo, il 28 aprile, Mussolini e Petacci furono fucilati a Giulino di Mezzegra, su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale. I loro corpi furono portati a Milano e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, lo stesso luogo dove nell’agosto 1944 i fascisti avevano esposto i cadaveri di quindici partigiani fucilati. Chiusura del cerchio, giustizia sommaria, vendetta di popolo, atto simbolico: chiamatelo come volete, ma era la fine di un regime, non di un martire.
Eppure oggi, a Dongo, quello stesso uomo viene commemorato come un “caduto”. Le sue ultime ore, quelle della fuga vigliaccamente tentata, vengono rilette come “tragedia”, “martirio”, “sacrificio”. I suoi seguaci si radunano, depongono fiori, cantano inni. E lo Stato democratico, nato dalla Resistenza, li protegge. Li protegge mentre respinge chi vorrebbe ricordare che quel regime fu il Male, e che la Resistenza fu il Bene. Semplice? Troppo semplice, direbbero i raffinati. Ma la storia, certe volte, è semplice. C’erano i carnefici e c’erano le vittime. C’erano gli oppressori e c’erano i liberatori. E in mezzo, certo, c’era la zona grigia, quella di cui parlava Primo Levi, fatta di collaborazionisti, di silenziosi, di impauriti, di opportunisti. Ma la zona grigia non cancella il confine tra bene e male: lo rende solo più difficile da attraversare.
Eppure oggi in Italia si fa di tutto per confondere quel confine. Si parla di “pacificazione”, di “memoria condivisa”, di “superamento delle divisioni”. Formule melliflue, buoniste in apparenza, ma in realtà profondamente disoneste. Perché non esiste memoria condivisa tra chi deportò e chi fu deportato, tra chi torturò e chi fu torturato, tra chi firmò le leggi razziali e chi ne fu vittima. Non esiste pacificazione possibile tra chi difese la democrazia con la vita e chi la calpestò con la violenza. Esiste solo la verità storica, e quella non è negoziabile. Lo storico Eric Hobsbawm, nel suo “Il Secolo breve”, ricordava che uno dei tratti distintivi del Novecento fu proprio la lotta tra fascismo e antifascismo, tra totalitarismo e libertà. E quella lotta, aggiungiamo noi, non è finita con la caduta di Mussolini o di Hitler. Continua ogni giorno, nelle aule scolastiche, nelle piazze, nei tribunali, nei Parlamenti. Continua ogni volta che qualcuno cerca di riscrivere la storia, di equiparare chi resistette a chi oppresse, di giustificare l’ingiustificabile.
In tutto questo, la polizia esegue ordini. È giusto ricordarlo, perché non si tratta di criminalizzare i singoli agenti, uomini e donne che fanno il loro lavoro spesso in condizioni difficili, sottopagati, senza tutele adeguate, mandati a gestire situazioni che richiederebbero ben altre competenze. Il problema non è il singolo poliziotto che identifica un manifestante, ma il clima politico e culturale che autorizza quell’identificazione. Il problema è chi dà quegli ordini, e soprattutto chi crea le condizioni perché quegli ordini vengano dati. Perché in uno Stato di diritto, le forze dell’ordine dovrebbero difendere la legalità costituzionale, e la legalità costituzionale in Italia è antifascista per definizione. Lo dice l’articolo XII, lo confermano le leggi Scelba e Mancino, lo ribadisce la giurisprudenza della Cassazione. Eppure nella pratica, l’antifascismo viene trattato come un’ideologia di parte, mentre il neofascismo come folklore innocuo.
È il trionfo dell’ambiguità, della doppiezza, dell’ipocrisia istituzionale. In Parlamento, la parola “fascismo” è diventata un tabù, mentre “antifascismo” è un’accusa. I partiti di governo minimizzano, parlano d’altro, accusano le opposizioni di strumentalizzare. Le opposizioni denunciano, protestano, scrivono interrogazioni parlamentari che restano senza risposta. E intanto, nelle scuole, i ragazzi crescono senza sapere chi fosse Giacomo Matteotti, senza aver letto “Se questo è un uomo”, senza conoscere la differenza tra Repubblica Sociale Italiana e Repubblica Italiana. Crescono in un Paese che ha smesso di educare alla memoria, convinto che basti una commemorazione formale il 25 aprile e il 27 gennaio per saldare i conti con il passato. Ma la memoria non si coltiva con le ricorrenze: si coltiva ogni giorno, con l’insegnamento, con la cultura, con l’esempio. E soprattutto con la coerenza. Non si può essere antifascisti un giorno all’anno e indifferenti gli altri trecentosessantaquattro.
C’è poi un’altra dimensione, più sottile ma non meno pericolosa: la desemantizzazione delle parole. “Fascismo” e “antifascismo” sono diventati contenitori vuoti, etichette da applicare a piacimento, insulti generici. Ti dico fascista, tu mi dici comunista, e abbiamo chiuso la discussione senza dire nulla. È quello che Umberto Eco chiamava “fascismo eterno” o “Ur-fascismo”, un insieme di atteggiamenti, retoriche, pulsioni che possono riaffiorare in contesti diversi, sotto nomi diversi, ma con lo stesso sostrato autoritario, nazionalista, populista, violento. In un celebre saggio del 1995, Eco individuava quattordici caratteristiche del fascismo eterno: il culto della tradizione, il rifiuto della modernità, il disprezzo per la cultura, il complottismo, il razzismo, la frustrazione sociale trasformata in rabbia politica, il nazionalismo xenofobo, l’ossessione per il nemico interno, il disprezzo per i deboli, il culto della morte eroica. Leggendo quell’elenco oggi, viene un brivido. Perché molte di quelle caratteristiche sono presenti, eccome, nel discorso pubblico italiano contemporaneo. Non nella forma esplicita del fascismo storico, certo, ma in quella strisciante, ambigua, ammantata di legalità formale. È il fascismo che si presenta col sorriso, che dice “io non sono fascista, ma…”, che rivendica libertà d’espressione mentre nega quella altrui, che grida alla dittatura sanitaria mentre chiude i porti, che invoca la sovranità nazionale mentre cede sovranità all’Unione Europea a colpi di debito pubblico.
E qui entra in gioco un altro elemento: il rapporto tra Chiesa e fascismo, tra cattolicesimo e memoria. Perché l’Italia non è solo il Paese della Resistenza, è anche il Paese del Vaticano, e la Chiesa cattolica con il fascismo ha avuto, storicamente, un rapporto complesso, ambiguo, a tratti compromissorio. I Patti Lateranensi del 1929, firmati da Mussolini e dal cardinale Gasparri, sancirono la riconciliazione tra Stato e Chiesa, dopo sessant’anni di conflitto seguito alla presa di Roma. Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, e in cambio ottenne la sovranità sul Vaticano, il riconoscimento del matrimonio religioso, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Fu un accordo politico, pragmatico, vantaggioso per entrambe le parti. Ma non privo di ombre. Perché la Chiesa accettò di convivere con un regime che sopprimeva la libertà, perseguitava gli oppositori, preparava la guerra. E quando arrivarono le leggi razziali, nel 1938, la Santa Sede protestò solo blandamente, preoccupata più delle conversioni impedite che della sorte degli ebrei italiani. Certo, ci furono eccezioni luminose: vescovi come Elia Dalla Costa a Firenze, parroci di campagna che nascosero ebrei e partigiani, conventi che aprirono le porte ai perseguitati. Ma la gerarchia ufficiale, nel complesso, mantenne un profilo basso, cauto, diplomatico. E dopo la guerra, la Chiesa fu decisiva nel favorire la “pacificazione” che permise a molti ex fascisti di riciclarsi nella neonata democrazia, spesso in chiave anticomunista.
Questa ambiguità storica si riverbera ancora oggi. Quando si parla di memoria, di antifascismo, di resistenza ai totalitarismi, c’è sempre una certa prudenza cattolica, un invito alla moderazione, un richiamo alla carità che rischia di trasformarsi in giustificazionismo. Non si tratta di criminalizzare la Chiesa, sia chiaro: il cattolicesimo italiano ha dato anche figure straordinarie di testimonianza antifascista, da don Primo Mazzolari a padre David Maria Turoldo, da Giorgio La Pira a Teresio Olivelli. Ma è innegabile che, nel dibattito pubblico odierno, certe posizioni cattoliche moderatiste finiscano per annacquare la portata morale dell’antifascismo, presentandolo come una “parte” anziché come un valore universale. È quello che accade quando si chiede di “non strumentalizzare la memoria”, di “guardare avanti”, di “non riaprire vecchie ferite”. Tutte formule che, nelle intenzioni, vorrebbero essere pacificatrici, ma che di fatto favoriscono chi della memoria ha paura.
E infatti, a ben vedere, chi ha più paura della memoria? Non certo gli antifascisti, che della memoria fanno un fondamento identitario. Hanno paura coloro che sanno che quella memoria li condanna, che li colloca dalla parte sbagliata della storia. Hanno paura perché la memoria è un giudice severo, che non prescrive, non dimentica, non perdona senza pentimento. E siccome il pentimento pubblico è merce rara, soprattutto in politica, allora si preferisce seppellire tutto sotto strati di retorica, ambiguità, revisionismo strisciante. Si dice: “Il fascismo è finito, non torna più, guardiamo al futuro”. E intanto si lasciano sfilare i neofascisti protetti dalla polizia, si tollerano i saluti romani, si minimizzano le violenze squadriste contemporanee – dalle aggressioni ai giornalisti ai pestaggi di militanti di sinistra, dagli attacchi alle sedi sindacali alle minacce ai centri sociali. Tutto viene derubricato a “episodi isolati”, “goliardia”, “teppismo”, mai come ciò che realmente è: la riaffermazione di un modello politico fondato sulla violenza, sull’esclusione, sulla prevaricazione.
Eppure la Costituzione italiana è chiarissima. Non solo all’articolo XII, che vieta la ricostituzione del partito fascista, ma in tutto il suo impianto valoriale. L’articolo 3 afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di razza, lingua, religione, opinioni politiche. L’articolo 21 garantisce la libertà di espressione, ma aggiunge che sono vietate le pubblicazioni contrarie al buon costume e che la legge può stabilire provvedimenti per impedire manifestazioni contrarie al buon costume. L’articolo 49 riconosce il diritto di associazione in partiti, ma sempre nei limiti della Costituzione. L’articolo 139 dichiara intangibile la forma repubblicana. Tutta la Carta, insomma, è costruita in antitesi al fascismo, è una risposta costituzionale al totalitarismo. Come scrisse Piero Calamandrei in un celebre discorso agli studenti milanesi nel 1955, la Costituzione è “un pezzo di carta” che vale solo se qualcuno la difende, la fa vivere, la custodisce. E oggi quel pezzo di carta è sotto attacco. Non con un colpo di Stato, non con i carri armati, ma con l’erosione quotidiana, silenziosa, della sua applicazione. Si svuota dall’interno, si reinterpreta, si piega agli interessi di chi governa. E chi protesta viene schedato.
Torniamo allora a Dongo, perché Dongo è il simbolo perfetto di questa deriva. È il luogo dove la storia finì male per i fascisti, e dove oggi i fascisti tornano per dire che quella fine fu ingiusta. È il luogo dove si vorrebbe riscrivere il finale, trasformare la disfatta in martirio, il fuggiasco in eroe, il dittatore in vittima. E lo si fa alla luce del sole, ogni anno, con complicità istituzionali evidenti. Perché se Dongo fosse davvero un problema, basterebbe applicare la legge: la Scelba, la Mancino, l’articolo XII. Basterebbe dire: qui non si commemora la RSI, punto. E invece no. Si lascia fare. Anzi, si protegge. E si reprimono quelli che protestano. È un rovesciamento totale, un trionfo dell’assurdo, una farsa tragica che si ripete anno dopo anno, come un disco rotto, come una maledizione che non si spezza.
E mentre tutto questo accade, cosa fa la cultura? Perché anche la cultura ha le sue responsabilità. Gli intellettuali, gli storici, i giornalisti, i docenti, gli scrittori: dove sono? Molti resistono, certo, molti scrivono, denunciano, insegnano, testimoniano. Ma altri tacciono, per paura, per opportunismo, per stanchezza. C’è un conformismo diffuso, una prudenza eccessiva, una timidezza che rasenta la complicità. Si ha paura di passare per “ideologici”, “di parte”, “estremisti”. E così si finisce per autocensurarsi, per smussare i toni, per dire mezza verità anziché tutta la verità. E la mezza verità, lo sappiamo, è la peggiore delle bugie. Perché dà l’illusione dell’onestà intellettuale mentre in realtà tradisce la sostanza. Lo diceva Hannah Arendt nel suo “La banalità del male”: il vero pericolo non sono i mostri, sono le persone comuni che rinunciano a pensare, che eseguono ordini, che si conformano, che scelgono di non vedere. Eichmann non era un demonio: era un burocrate. E fu proprio quella sua ordinarietà a renderlo terribile. Perché dimostrò che il male può essere banale, quotidiano, alla portata di chiunque rinunci alla propria responsabilità morale.
Ed è proprio di responsabilità morale che oggi l’Italia ha bisogno. Responsabilità di ricordare, di giudicare, di scegliere da che parte stare. Perché le parti esistono, eccome. Non sono intercambiabili, non sono equivalenti, non sono “due facce della stessa medaglia”. Da una parte c’è la democrazia, fondata sul rispetto della persona, sulla libertà, sulla giustizia sociale. Dall’altra c’è il fascismo, fondato sulla violenza, sull’esclusione, sulla prevaricazione. E tra le due non c’è via di mezzo. O si è con la Costituzione, o si è contro. O si difende la memoria, o la si tradisce. O si è antifascisti, o si è complici. Tertium non datur, dicevano i latini. E avevano ragione.
E allora, cosa fare? Intanto, non smettere di raccontare. Raccontare la storia, raccontare i fatti, raccontare le vite di chi ha resistito. Raccontare Giacomo Matteotti, ucciso nel 1924 perché aveva denunciato i brogli elettorali fascisti. Raccontare Antonio Gramsci, morto nel 1937 dopo undici anni di carcere, ma che dal carcere continuò a pensare, scrivere, lottare. Raccontare i fratelli Rosselli, assassinati in Francia nel 1937 dai sicari fascisti. Raccontare don Minzoni, don Morosini, Salvo D’Acquisto, Teresa Gullace, Gianfranco Mattei, Sergio De Simone, i martiri delle Fosse Ardeatine, i deportati nei lager, i partigiani fucilati, le donne violentate, i bambini uccisi. Raccontarli uno per uno, con nome e cognome, perché la storia non è fatta di numeri ma di persone. E ogni persona ha una storia, una dignità, un diritto a essere ricordata.
E poi, agire. Nelle scuole, insegnando la storia senza sconti. Nelle piazze, manifestando per difendere la memoria. Nei tribunali, denunciando chi fa apologia di fascismo. Nei Parlamenti, approvando leggi che puniscano davvero il neofascismo. Nelle redazioni, raccontando senza autocensure. Nelle famiglie, trasmettendo ai figli la consapevolezza di cosa è stato e di cosa potrebbe tornare a essere. Perché il fascismo, come disse Bertolt Brecht, non è morto: è solo ferito. E le ferite possono guarire, se non si curano.
L’Italia che schedula chi espone striscioni antifascisti e protegge chi sfila in camicia nera non è l’Italia che vogliamo. Non è l’Italia che meritano i centomila morti della Resistenza. Non è l’Italia che sognarono Pertini, Terracini, Nilde Iotti, Tina Anselmi, tutti coloro che pagarono con la vita, con il carcere, con l’esilio la scelta di resistere. È un’Italia malata, confusa, smarrita, che ha perso la bussola morale e rischia di perdersi del tutto. Ma non è troppo tardi. Non lo è mai, finché qualcuno resiste. Finché qualcuno dice no. Finché qualcuno, davanti a uno striscione sequestrato, a un antifascista schedato, a un fascista protetto, decide di alzare la voce e dire: questo non è giusto, questo non è accettabile, questo non è il mio Paese.
Perché alla fine, come diceva don Milani, l’obbedienza non è più una virtù quando diventa complicità col male. E disobbedire, in certi casi, non solo è un diritto: è un dovere. Un dovere verso la storia, verso la Costituzione, verso noi stessi. Un dovere che non ammette deleghe, rinvii, giustificazioni. Un dovere che ci chiama tutti, uno per uno, a fare la nostra parte. Perché la storia, quella vera, non la fanno gli eroi: la fanno le persone comuni che, nel momento giusto, scelgono di fare la cosa giusta. Anche quando costa. Anche quando fa paura. Anche quando sembra inutile. Perché non è mai inutile resistere. Mai.



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