Dio ha vinto per distacco. Ma era una gara truccata.
C’erano una volta, e non è una fiaba, decine di religioni. Di culti, sette, fedi, misteri e liturgie ce n’erano ovunque: in ogni città, in ogni villaggio, in ogni cima innevata e in ogni deserto secco come la teologia speculativa del terzo anno di seminario. C’erano dèi con teste d’animale, dèi con sei braccia, dèi che bevevano vino nei banchetti cosmici, dèi che chiedevano sacrifici umani con una puntualità ammirevole, dèi che volevano soltanto silenzio, un po’ di fumo d’incenso e che i fedeli si comportassero almeno decentemente durante i solstizi. Il panorama spirituale del mondo antico era una specie di mercato rionale dell’assoluto, caotico, coloratissimo, rumoroso e in fondo piuttosto umano. Poi arrivano loro. Il Cristianesimo prima, l’Islam dopo, entrambi partorite dallo stesso grembo semitico che aveva già prodotto l’ebraismo, con ambizioni non soltanto spirituali ma imperiali nel senso più letterale del termine. Due fedi che nel giro di qualche secolo si sono mangiate l’atlante geografico, lasciando agli altri gli scampoli, gli scaffali delle librerie antropologiche, qualche museo etnografico e un discreto numero di revival a tema new age frequentati da persone che comprano cristalli su Amazon Prime.
La domanda che vale la pena farsi, con tutta la serietà che merita una questione del genere, è questa: come mai queste due si sono espanse come startup con visione globale e capitali infiniti, mentre tutte le altre si sono estinte, fuse, soppiantate o ridotte a patrimonio immateriale dell’umanità da proteggere con le buone intenzioni dell’UNESCO? La risposta semplice, quella che piace ai credenti di entrambe le parti, è che avevano ragione. La risposta vera è molto più interessante, molto meno confortante e, come spesso accade quando si gratta la superficie della storia, decisamente più istruttiva.
Il segreto, come in ogni successo planetario che si rispetti, non è soltanto nel messaggio. È nel marketing, nella logistica, nei capitali di fiducia accumulati nel tempo e, soprattutto, nell’opportunità storica colta al momento giusto. Perché le religioni che hanno dominato il mondo non sono necessariamente quelle che avevano le risposte migliori alle domande esistenziali. Sono quelle che sapevano dove trovare i finanziatori giusti, costruire le strutture burocratiche adeguate e parlare alla gente nel momento in cui la gente era abbastanza disperata da ascoltarle davvero.
Il Cristianesimo nasce in un angolo marginale dell’Impero Romano, tra gente stanca di sacerdoti corrotti, di dèi lontani e aristocratici, e in cerca di qualcosa che assomigliasse alla redenzione. L’idea che un falegname ebreo condannato a morte per sedizione politica e religiosa sia il Figlio di Dio non conquista subito i cuori dei filosofi platonici o dei generali romani. Ma ha un potenziale narrativo di una potenza devastante: c’è il tradimento da parte di uno dei suoi, c’è la sofferenza ingiusta, c’è la morte pubblica e umiliante, c’è la resurrezione che ribalta ogni logica del potere, e poi c’è l’universalità assoluta del messaggio. Niente più sacrifici animali costosi, niente templi da mantenere con le tasse dei poveri, niente gerarchie sacerdotali ereditarie che si tramandano il privilegio come un’azienda di famiglia. Il Dio cristiano ti vuole povero, umile e redento. Ma soprattutto ti vuole numeroso, e non fa distinzioni di nascita, di lingua, di provenienza geografica o di status sociale. Almeno in teoria. Almeno nei primi secoli, prima che arrivasse Costantino a complicare le cose in modo strutturale.
Il Cristianesimo è universale per definizione costitutiva, e questo lo rende la prima religione globale nel senso moderno del termine: scalabile, replicabile, esportabile, quasi virale. Non serve nascere nella tribù giusta, non serve conoscere la lingua sacra, non servono riti arcani accessibili soltanto agli iniziati. Basta credere, ricevere il battesimo e comportarsi più o meno bene, con la rassicurante garanzia che anche se ti comporti male c’è sempre la confessione a sistemarle, le cose. È un sistema elegante. Forse troppo elegante per essere casuale. Paolo di Tarso, che non aveva mai incontrato Gesù di persona ma che di lui diventa il più efficace propagandista della storia, capisce prima degli altri che il messaggio deve uscire dalla Palestina e conquistare il Mediterraneo. Le sue lettere alle comunità di Corinto, di Roma, di Efeso sono documenti teologici ma anche, guardando bene, piani strategici di espansione. Paolo non predica soltanto il Cristo risorto: costruisce reti, forma quadri dirigenti locali, standardizza la dottrina, risolve controversie disciplinari. È il primo manager della storia cristiana, e probabilmente avrebbe fatto una carriera brillante anche in una multinazionale.
E poi, nella traiettoria del Cristianesimo, arriva la ciliegina sull’ostia: l’endorsement imperiale. Costantino, con l’Editto di Milano del 313 che garantisce la libertà di culto, e Teodosio, con l’Editto di Tessalonica del 380 che rende il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero Romano, trasformano in pochi decenni una setta perseguitata nelle catacombe in struttura di potere planetaria. A quel punto, chi non è cristiano smette di essere soltanto diverso e diventa un problema amministrativo, teologico e in certi casi militare. I templi vengono chiusi per decreto, gli idoli si abbattono con entusiasmo e con martelli, gli dèi locali vengono declassati con una mossa teologica di straordinaria eleganza: non vengono negati ma declassati a demoni, il che è quasi peggio. I culti pagani, già frammentati, incapaci di coordinarsi tra loro perché non avevano mai avuto bisogno di farlo, privi di una struttura organizzativa centralizzata e di un testo canonico condiviso, si spengono come candele al vento di una corrente d’aria che soffia dall’alto. E quelli che resistono, come l’ebraismo, vengono ghettizzati, tollerati con una certa fatica e usati come esempio vivente di ciò che non si deve essere, che è una forma particolarmente subdola di persecuzione perché mantiene la vittima visibile e umiliata anziché semplicemente eliminarla. Il Cristianesimo è entrato nella storia come movimento dei poveri e degli ultimi, e nel giro di tre secoli si è ritrovato a gestire l’Impero più grande del mondo occidentale. Ha inglobato tutto, riscritto le feste, santificato i re, benedetto le guerre e colonizzato le coscienze con una efficienza che Machiavelli avrebbe ammirato e che infatti probabilmente conobbe molto bene.
Se il Cristianesimo vince la prima partita della storia religiosa globale, l’Islam entra in campo nel VII secolo e non si limita a giocare: cambia le regole del gioco con una radicalità che ancora oggi è difficile da comprendere appieno. Maometto non predica soltanto un Dio unico e misericordioso. Predica una società. L’Islam non è soltanto una religione nel senso occidentale moderno del termine, cioè un insieme di credenze private che ognuno coltiva nei propri spazi personali. È religione, ma anche legge, cultura, economia, estetica, arte della guerra e sistema di gestione della solidarietà comunitaria. È una civiltà completa, coerente internamente, pronta all’esportazione e dotata di istruzioni per l’uso in ogni situazione della vita quotidiana. Quando le armate musulmane prendono Damasco nel 635, Baghdad nel 762 diventa capitale del califfato abbaside, Il Cairo, poi la Spagna con la conquista dell’711, le steppe dell’Asia centrale e le coste del subcontinente indiano, non stanno soltanto imponendo un profeta e i suoi insegnamenti. Stanno installando un sistema operativo completo con tutti i driver già inclusi nella confezione.
A differenza del Cristianesimo, che per secoli ha convissuto con una tensione profonda tra religione e Stato, tra la sfera del sacro e quella del profano, tra il papa e l’imperatore in una danza di potere che ha riempito secoli di storia europea con guerre, scomuniche e umiliazioni reciproche spettacolari, l’Islam classico non conosce questa divisione strutturale. Il califfo guida i credenti sia spiritualmente che politicamente, perché nella concezione islamica originaria non esiste un confine netto tra le due sfere: la shari’a regola tutto, dal commercio al matrimonio, dal contratto alla preghiera, dalla guerra alla successione ereditaria. Non è un bug del sistema islamico, come spesso viene presentato nella pubblicistica occidentale. È una caratteristica deliberata, una scelta teologica precisa che discende direttamente dall’idea che la rivelazione coranica sia completa e sufficiente. Il pacchetto include tutto. L’espansione islamica non avviene per il solo fascino spirituale del Corano, che pure è di una potenza letteraria e mistica straordinaria e che nella tradizione islamica rappresenta in sé il miracolo primario della rivelazione, diversamente dal Cristianesimo dove il miracolo è l’Incarnazione. L’espansione avviene perché l’Islam offre un’identità forte, una comunità inclusiva chiamata umma che trascende le identità tribali e locali, e uno Stato funzionante capace di garantire ordine, giustizia relativa e prosperità economica. I popoli conquistati, spesso esausti da decenni di guerra tra Bisanzio e l’Impero Persiano sasanide, trovano nella nuova struttura politica islamica una soluzione concreta a problemi concreti. Non è soltanto fede. È anche amministrazione pubblica competente, e nella storia umana l’amministrazione pubblica competente ha convertito più anime di qualsiasi predicatore.
Va però detto, senza ipocrisie e senza il filtro del relativismo buonista, che l’Islam nella sua espansione storica non è stato particolarmente tenero con le religioni concorrenti. Gli idolatri, secondo la classificazione giuridica islamica classica, non avevano molte opzioni sul tavolo delle trattative: la conversione o la spada erano le proposte disponibili, con qualche variazione locale a seconda della situazione militare. Gli ebrei e i cristiani venivano classificati come dhimmi, letteralmente protetti, cioè gente del Libro tollerata in quanto portatrice di rivelazioni precedenti e parziali, ma con un statuto giuridico inferiore, soggetta a una tassa speciale chiamata jizya e con restrizioni precise sulla costruzione di luoghi di culto, sull’esercizio pubblico della religione e sulla carriera nelle istituzioni. Era tolleranza, certo. Ma era la tolleranza del più forte verso il più debole, condita con abbastanza umiliazioni sistematiche da rendere la conversione una scelta economicamente conveniente oltre che spiritualmente raccomandata. In pochi secoli l’Africa del Nord si islamizza quasi completamente, cancellando secoli di presenza cristiana che aveva prodotto teologi del calibro di Agostino di Ippona e Tertulliano. L’Asia Centrale segue. L’India subisce pressioni continue per secoli. La penisola iberica canta in arabo per otto secoli prima della Reconquista. Nel frattempo i culti tradizionali africani, le religioni persiane come lo zoroastrismo che sopravvive soltanto nella piccola comunità dei Parsi rifugiata in India, l’ellenismo spirituale con le sue scuole filosofiche e i suoi misteri, i residui politeismi locali vengono assimilati, repressi o semplicemente dimenticati. Esattamente come aveva già fatto il Cristianesimo con straordinaria efficienza nei secoli precedenti. Due metodi diversi, due ritmi diversi, un risultato sorprendentemente simile.
In questa prospettiva, il Cristianesimo e l’Islam funzionano storicamente come due superpotenze teologiche in una guerra fredda perenne, con tanto di teatri di operazioni, zone cuscinetto e conflitti per procura. Ogni territorio che uno conquista è una perdita per l’altro, e viceversa. Le Crociate, che la storiografia romantica ottocentesca ha trasformato in epopea cavalleresca e che la storiografia contemporanea analizza con molto più disincanto, sono in fondo una risposta militare cristiana all’espansione islamica verso Gerusalemme, città sacra per entrambi i contendenti, che si contendono il monopolio del significato spirituale dei medesimi luoghi geografici con una tenacia ammirevole e con esiti storicamente sanguinosi. L’India resiste mantenendo il suo induismo pluralistico e il buddhismo che aveva già irradiato l’Asia orientale. L’Africa subsahariana viene progressivamente spartita, con il Cristianesimo che avanza da sud grazie ai missionari europei e l’Islam che scende da nord lungo le rotte commerciali trans-sahariane. L’America, dopo la conquista europea del XV e XVI secolo, viene battezzata in massa non perché i nativi abbiano liberamente scelto il Dio dei conquistatori, ma perché la conversione era accompagnata da spade, malattie, encomiende e una teologia della superiorità razziale che nessun concilio ha mai ufficialmente condannato con sufficiente fermezza. La Cina si chiude, rifiutando con una coerenza ammirevole sia il Dio Uno che il Profeta, mantenendo le sue tradizioni confuciane, taoiste e buddhiste con la stessa determinazione con cui secoli dopo avrebbe rifiutato anche il marxismo ortodosso, adattandolo invece alle proprie esigenze con una pragmaticità che in Occidente chiamiamo contraddizione e che a Pechino chiamano politica.
Il punto centrale, quello che nessuno ama sentirsi dire ma che la storia documenta con una precisione imbarazzante, è che né il Cristianesimo né l’Islam hanno vinto la partita religiosa globale perché erano più veri degli altri. Non esiste un metro di misura storico per la verità teologica, e chiunque sostenga il contrario sta facendo fede, non storia. Hanno vinto perché erano più organizzati, più flessibili, più capaci di trasformare la spiritualità in potere temporale e viceversa, in un ciclo di rinforzo reciproco che le religioni concorrenti non riuscivano a replicare. Hanno vinto perché costruivano strutture amministrative, raccoglievano risorse economiche, scrivevano codici giuridici, formavano élite intellettuali e soprattutto offrivano una narrazione potente, coerente, adatta a ogni tempo e a ogni latitudine. Una narrazione che risponde alle domande fondamentali: chi sei, perché sei qui, cosa succede dopo la morte e perché quel tale dall’altra parte della frontiera, che parla un’altra lingua e adora un altro dio, ha torto marcio. Il Cristianesimo risponde con l’amore universale e il peccato originale, un binomio che a pensarci bene è di una perversione psicologica sottile e geniale: ti diciamo che sei fondamentalmente sbagliato fin dalla nascita, e poi ti offriamo noi la soluzione. L’Islam risponde con la sottomissione a Dio e la giustizia comunitaria, che è un messaggio di una semplicità e di una potenza pratica straordinaria, soprattutto per chiunque abbia vissuto l’ingiustizia del potere arbitrario. Ma entrambi costruiscono mondi in cui l’individuo ha un posto preciso, e lo Stato ha un’alleanza formale con il cielo. È un accordo commerciale molto conveniente per entrambe le parti contraenti.
E gli altri? I culti antichi che hanno perso la partita erano spesso troppo legati a un’etnia specifica, a un luogo sacro irriproducibile altrove, a una tradizione orale che si tramanda solo nella comunità di origine e che muore con essa. Non avevano testi canonici standardizzati che si potessero copiare e distribuire, né scuole teologiche capaci di formare quadri dirigenti replicabili in ogni provincia dell’impero. Le religioni misteriche come l’orfismo, il mitraismo o i misteri eleusini erano esclusive per definizione, riservate agli iniziati, segrete nell’essenziale: il modello di business opposto a quello di una religione universale. Più selezioni gli accessi, meno puoi scalare. Le religioni sciamaniche erano troppo fluide, troppo dipendenti dalla personalità singola del guaritore, impossibili da burocratizzare. Le religioni politeiste erano troppo disordinate, troppo localiste, troppo disposte ad accettare altri dèi nel pantheon, il che è filosoficamente generoso ma strategicamente disastroso quando ti trovi a competere con un monoteismo che non ammette compromessi e che classifica i tuoi dèi come demoni da abbattere. Non potevano competere con l’efficienza dottrinale di una epistola paolina, con la potenza giuridica di una sura coranica, con la macchina organizzativa di un vescovado medievale o con la rete commerciale e spirituale di un califfo in espansione.
Alcuni culti sono stati divorati dall’interno in modi che meriterebbero romanzi interi. L’Egitto faraonico, con tremila anni di civiltà religiosa alle spalle, finisce tra le pagine delle guide turistiche e nelle vetrine dei musei dopo che il Cristianesimo copto prima e l’Islam poi ne hanno completamente riscritto il senso del sacro. I druidi celti vengono prima annientati militarmente dai Romani, che temono la loro influenza politica oltre che spirituale, e poi definitivamente dissolti dall’evangelizzazione irlandese e britannica, in un processo che i monaci medievali gestiscono con l’intelligenza di chi sa che è meglio incorporare che eliminare: le feste celtiche diventano feste cristiane, i siti sacri diventano chiese, i santi locali sostituiscono le divinità locali con una continuità geografica del sacro che è quasi commovente nel suo cinismo pratico. Il mitraismo, il più formidabile rivale del Cristianesimo nei primi secoli dell’era comune, diffuso in tutto l’Impero Romano specialmente tra i soldati e i mercanti, non sopravvive alla mancanza di un messaggio veramente universale e al fatto strutturale che fosse riservato esclusivamente agli uomini. Escludere metà della popolazione umana dalla salvezza è un limite organizzativo non secondario. E se oggi qualche neopagano entusiasta prova a rispolverare divinità nordiche, culti della dea madre o riti druidici ricostruiti sulla base di fonti frammentarie e di molta immaginazione, lo fa con uno smartphone in tasca, acquistando i suoi strumenti rituali su siti di e-commerce e con il subconscio ampiamente formato da due millenni di Cristianesimo che emergono in ogni metafora che usa, in ogni concetto di colpa e redenzione che applica anche quando pensa di essersene liberato.
Il successo di una religione, quindi, non si misura nella verità che professa, categoria che appartiene alla teologia e non alla storiografia. Si misura nella sua capacità di costruire identità collettive capaci di sopravvivere alle crisi, di imporsi nei gangli del potere politico ed economico, di produrre cultura alta abbastanza attraente da sedurre le élite e cultura popolare abbastanza accessibile da coinvolgere le masse, e di sopravvivere alla storia adattandosi senza perdere il nucleo essenziale dell’identità. Il Cristianesimo ha vinto la sua partita perché ha saputo costruire simultaneamente un impero spirituale e un’istituzione temporale, oscillando tra i due poli con una destrezza che ha stupito i suoi stessi protagonisti. L’Islam ha vinto la sua perché ha saputo trasformare un messaggio spirituale in una civiltà completa, capace di generare la matematica e l’astronomia medievale, la medicina di Avicenna, l’architettura dell’Alhambra e allo stesso tempo una teologia della guerra e della pace che risponde a tutte le contingenze politiche. Gli altri culti si sono persi nella storia non perché fossero falsi, ma perché non erano progettati per dominare il mondo. E dominare il mondo, nella storia delle religioni come in quella della politica, è sempre stata una questione di strutture, risorse, timing e volontà di potenza mascherata da vocazione spirituale.
E oggi, in questo strano e disorientante presente? Le chiese europee si svuotano a velocità crescente, con statistiche che i vescovi citano nelle omelie con l’aria di chi legge una diagnosi infausta sperando che il paziente non stia ascoltando. L’Islam cresce demograficamente, specialmente in Africa subsahariana e in Asia meridionale, con proiezioni che indicano una possibile parità numerica con il Cristianesimo entro la metà del secolo. Il Protestantesimo evangelico avanza in America Latina e in Africa con metodi di comunicazione che assomigliano molto di più a un format televisivo che a una liturgia. Il buddhismo affascina gli occidentali in cerca di spiritualità senza struttura istituzionale. Ma il monopolio spirituale di entrambe le grandi tradizioni monoteiste vacilla per la prima volta in secoli, non sotto i colpi di una religione concorrente ma per l’emergere di qualcosa di molto più sottile e difficile da combattere: l’individualismo spirituale, la religiosità fai da te, il mercato dell’esperienza sacra senza obblighi dottrinali. I guru su YouTube con milioni di follower, le sette postmoderne che mescolano psicologia, spiritualità orientale e marketing motivazionale, i nuovi culti della performance personale e della produttività che promettono la realizzazione del sé con la stessa intensità con cui il Medioevo prometteva la salvezza dell’anima, i sincretismi creativi che pescano da ogni tradizione senza impegnarsi con nessuna: tutto questo suggerisce che il futuro della fede sarà ancora una volta una questione di chi saprà raccontare meglio una storia. Di chi saprà rispondere alle domande fondamentali con la lingua di ogni epoca.
Perché in fondo, a guardare l’intera vicenda dall’alto, le religioni che sopravvivono e dominano non sono quelle che hanno le risposte più corrette. Sono quelle che sanno dove mettere la punteggiatura dopo “In principio”. E che trovano qualcuno disposto a crederci abbastanza da combatterci sopra una guerra.



Rispondi