C’è un momento preciso in cui l’America smette di essere la narrativa e comincia a essere la realtà. Non è il momento in cui crolla una torre, né quello in cui un aereo si schianta contro un Pentagono. È il momento in cui un veterano bianco, cresciuto nella terra dei liberi e nutrito con il latte del sogno americano, carica un camion di fertilizzante esplosivo, parcheggia davanti a un edificio federale, e decide che difendere la libertà significa uccidere centoottantotto persone, diciannove delle quali bambini. Quel momento si chiama 19 aprile 1995, si chiama Oklahoma City, si chiama Timothy McVeigh, e se qualcuno in America avesse avuto il coraggio di guardarsi allo specchio invece di cercare il male altrove, la storia degli ultimi trent’anni sarebbe forse andata diversamente. Probabilmente no, ma sarebbe stato bello immaginarlo.
Il problema con l’America e il terrorismo domestico è esattamente lo stesso problema che ha l’America con qualsiasi argomento scomodo: c’è una versione ufficiale, c’è una versione alternativa, e nel mezzo c’è un abisso in cui cadono i fatti, la logica e la buona fede. La versione ufficiale, quella che va bene per i discorsi presidenziali e i film del Giorno dell’Indipendenza, dice che l’America è minacciata da forze esterne, da ideologie straniere, da nemici che odiano la sua libertà. La versione che invece emerge dai dati del Dipartimento della Sicurezza Interna, dal database START dell’Università del Maryland, dai rapporti dell’FBI e dall’Anti-Defamation League, racconta una storia molto meno cinematografica ma molto più inquietante: il nemico più pericoloso degli Stati Uniti d’America è americano, spesso nato e cresciuto nel cuore del Midwest, convinto di essere l’ultimo difensore di una costituzione che in realtà sta contribuendo a smantellare, e abbastanza ben armato da rendere la conversazione estremamente difficile.
Nel 2023, il DHS ha pubblicato un rapporto che sarebbe dovuto finire in prima pagina di ogni giornale del paese e che invece è stato sepolto sotto le polemiche del giorno: dal 2013 al 2021, le indagini federali per terrorismo domestico sono aumentate del trecentocinquantasette percento. Trecentocinquantasette. Non è una crescita organica, non è un’anomalia statistica, non è nemmeno una semplice escalation. È una valanga. Ed è una valanga che l’establishment americano ha continuato a guardare dal basso verso l’alto chiedendosi, con sincera perplessità, da dove diavolo venisse tutta quella neve, dimenticando colpevolmente di aver trascorso cinquant’anni a costruire la montagna.
Per capire davvero da dove viene quella montagna, bisogna risalire agli anni Settanta, quando i semi dell’estremismo domestico moderno vengono piantati con una cura quasi orticulturale. I movimenti di supremazia bianca come il Ku Klux Klan, che negli anni Settanta contava ancora centinaia di migliaia di membri, si ibridano con le nuove teologie dell’identità cristiana, con il survivalism, con la paranoia anti-comunista che il Governo americano aveva alimentato per decenni come arma geopolitica e che ora, esaurito il nemico sovietico, cercava nuovi bersagli. Il bersaglio, come spesso accade, finì per essere il governo stesso. Una storia vecchissima: crei il mostro per combattere il nemico, poi il mostro si gira e decide che il nemico sei tu.
Gli anni Novanta sono il decennio in cui questa tensione esplode in modo spettacolare, con una serie di eventi che non sono semplicemente episodi di cronaca ma veri e propri punti di non ritorno nella mitologia dell’estremismo americano. Ruby Ridge, agosto 1992: l’FBI assedia la casa di Randy Weaver, un sopravvissalista bianco dell’Idaho accusato di aver venduto fucili illegalmente a un agente sotto copertura. Nell’assedio muoiono il figlio quattordicenne di Weaver, sua moglie, e un marshal federale. La gestione dell’intera vicenda da parte delle autorità federali è un disastro operativo e procedurale di proporzioni storiche: Weaver verrà poi risarcito con tre milioni e quattrocentomila dollari. Ruby Ridge diventa immediatamente il simbolo perfetto per ogni milizia anti-governativa d’America: la prova, scritta col sangue, che Washington vuole sterminare i cittadini liberi. Il fatto che Weaver fosse effettivamente in contatto con gruppi suprematisti e che la situazione fosse precipitata in parte per la sua resistenza passa in secondo piano, come spesso accade quando la mitologia si sovrappone alla realtà.
L’anno successivo, Waco. Il Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms attacca il complesso dei Branch Davidians guidati dal messia autoproclamato David Koresh. L’assedio dura cinquantuno giorni e si conclude il 19 aprile 1993 con un incendio nel quale muoiono settantasei persone, tra cui donne e bambini. Le circostanze esatte dell’incendio restano controverse ancora oggi, ma il risultato politico è immediato e inequivocabile: per ogni milizia americana, per ogni patriota convinto che il governo federale sia un’occupazione straniera del territorio americano, Waco è la dimostrazione definitiva. Il governo non vi difende. Il governo vi vuole morti. Il governo è il nemico. Timothy McVeigh aveva appuntito quella narrativa fino a farne un’arma, e il 19 aprile 1995, esattamente due anni dopo Waco, la usò.
L’attentato di Oklahoma City è ancora oggi il più letale atto terroristico commesso da cittadini americani sul suolo americano. McVeigh aveva costruito la sua bomba con fertilizzante di nitrato d’ammonio e nitrato di metile, caricato tutto su un camion Ryder, e parcheggiato davanti all’edificio federale Alfred P. Murrah alle nove e due del mattino, quando i corridoi erano pieni di impiegati e l’asilo nido al secondo piano era affollato di bambini. Il processo è cristallino: McVeigh non è un pazzo, non è uno squilibrato, non è un lupo solitario nel senso in cui i media usano quel termine per spiegare ciò che non vogliono spiegare davvero. McVeigh è un uomo con una ideologia coerente, con un piano, con complici, e con la precisa convinzione di stare compiendo un atto di guerra legittima contro uno stato occupante. Viene giustiziato il 11 giugno 2001, tre mesi prima che l’America scopra un tipo diverso di terrorismo e smetta temporaneamente di occuparsi del proprio.
Ed è lì, nel silenzio che segue l’undici settembre 2001, che l’estremismo domestico americano trova il suo secondo respiro. Il panico jihadista diventa la nuova ossessione nazionale, il Patriot Act concentra le risorse dell’apparato di sicurezza verso le minacce esterne, e i gruppi di suprematisti bianchi, le milizie, i movimenti identitari crescono nell’ombra con una libertà operativa che non avevano mai avuto prima. Non è una coincidenza. È quasi una coltivazione accidentale: mentre l’FBI manda agenti sotto copertura nelle moschee, i Three Percenters reclutano veterani nei forum di survivalism e nessuno si disturba a monitorarli seriamente. Quando nel 2008 Barack Obama viene eletto presidente, quella crescita silenziosa accelera in modo misurabile. Il Southern Poverty Law Center documenta una crescita del novecento percento nel numero di milizie anti-governative tra il 2008 e il 2012. Non è una cifra. È una risposta.
Il decennio che segue è una successione di segnali che, guardati in retrospettiva, descrivono una traiettoria talmente ovvia da diventare quasi comica, se non fosse per il numero di morti. La sparatoria alla chiesa di Charleston del 2015, in cui Dylann Roof uccide nove fedeli afroamericani durante uno studio biblico: Roof è stato radicalizzato online, ha lasciato un manifesto, ha scelto il bersaglio per ragioni ideologiche precise. Eppure il dibattito nazionale si concentra sulla bandiera confederata che sventola davanti al Campidoglio del South Carolina piuttosto che sul fatto che un ragazzo di ventun anni era riuscito a costruire un’ideologia genocidaria navigando siti web senza che nessuno alzasse un dito. Poi Charlottesville, agosto 2017: l’alt-right scende in piazza con fiaccole, elmi e scudi, canta slogan nazisti in un campus universitario americano, e un automobilista, James Alex Fields, lancia la sua Dodge Challenger contro la folla uccidendo Heather Heyer. Il presidente degli Stati Uniti, con un tempismo che ancora oggi lascia attoniti, commenta parlando di “persone perbene da entrambe le parti”.
Il Center for Strategic and International Studies ha calcolato che tra il 2015 e il 2022 il sessantasette percento di tutti gli atti terroristici negli Stati Uniti è attribuibile a estremisti di destra. L’FBI ha confermato che a partire dal 2020 la minaccia del terrorismo domestico ha superato per la prima volta quella di matrice jihadista. Il database START dell’Università del Maryland ha documentato che oltre il venti percento degli attacchi tra il 2000 e il 2022 è stato perpetrato da ex militari americani, uomini addestrati dallo stesso esercito a uccidere in modo efficiente e che, una volta tornati a casa, non hanno trovato una guerra e si sono arrangiati a trovarsela da soli. È una delle ironie più crudeli della politica estera americana degli ultimi trent’anni: esporti la guerra, addestri i soldati a combatterla, poi li riporti a casa senza strutture di supporto adeguate, e ti sorprendi quando alcuni di loro decidono che la guerra continua anche in patria.
Il 6 gennaio 2021 è il momento in cui tutto ciò diventa impossibile da ignorare, anche per chi aveva trascorso anni a guardare dall’altra parte. Migliaia di sostenitori di Donald Trump assaltano il Campidoglio degli Stati Uniti mentre il Congresso certifica la vittoria di Joe Biden. Cinque persone muoiono, decine vengono ferite, e per diverse ore la sede della democrazia americana viene occupata da una folla che include, come documentato dalle successive indagini dell’FBI, membri degli Oath Keepers, dei Proud Boys, di milizie locali, veterani militari, agenti di polizia in servizio attivo o in pensione, e un numero imbarazzante di funzionari eletti a livello statale e locale. Il piano degli Oath Keepers, ricostruito durante il processo che ha portato alla condanna per sedizione del loro leader Stewart Rhodes, prevedeva di impedire fisicamente la transizione dei poteri. Se la definizione di tentato colpo di stato vi sembra esagerata, è solo perché vi siete abituati a un vocabolario in cui le parole cambiano significato a seconda di chi le pronuncia e di chi le commette.
Il problema del vocabolario, in effetti, è uno dei problemi più sottovalutati dell’intera questione. Come ha documentato l’Anti-Defamation League, nel 2023 l’ottantatré percento delle vittime del terrorismo domestico erano causate da attacchi riconducibili a suprematisti bianchi. Eppure la legge federale americana fatica ancora a classificare formalmente come terrorismo questi attacchi quando sono commessi da cittadini bianchi che citano la Costituzione. Un attacco compiuto da un uomo che si autodefinisce islamista è terrorismo nell’arco di un’ora. Un attacco compiuto da un uomo che si autodefinisce patriota americano diventa un caso di “disturbo mentale”, di “lupo solitario”, di “tragedia personale”. Non è un’omissione casuale. È una scelta politica con conseguenze molto concrete, che include il fatto che interi movimenti che preparano, finanziano e ideologicamente sostengono la violenza riescono a operare nel grigio legale senza mai essere formalmente designati come organizzazioni terroristiche.
Nel frattempo, la radicalizzazione si è digitalizzata in modo così capillare da rendere quasi nostalgici i vecchi volantini del KKK distribuiti davanti alle chiese. Telegram, Discord, 4chan, ma anche server di Minecraft, pagine di videogiochi, community di meme: qualsiasi spazio digitale in cui si raccolgano adolescenti maschi delusi, solitari, arrabbiati con il mondo e con le donne diventa potenzialmente un terreno di reclutamento. Il Washington Post ha documentato nel 2025 un tentativo di attentato contro una clinica per la fertilità pianificato dal gruppo noto come “764”, un network nichilista reclutato interamente online tra giovanissimi, alcuni dei quali minorenni. Il nome del gruppo è derivato dai codici penali relativi allo sfruttamento sessuale minorile, perché quando pensi di aver toccato il fondo dell’ideologia umana arriva qualcuno che porta un piccone. Il coordinamento avveniva su piattaforme di videogiochi e chat app, e il piano prevedeva violenza fisica contro strutture mediche: un segnale che la prossima ondata di terrorismo domestico americano non ha nemmeno bisogno di una narrativa politica coerente per essere operativa.
Quello che accomuna tutte queste storie, dal garage di Randy Weaver al complesso di Waco, dal camion di McVeigh alle chat di Discord degli anni Venti, è una dinamica che la sociologia conosce bene e che la politica americana continua a non voler affrontare: la radicalizzazione violenta prospera nell’incrocio tra disuguaglianza economica, perdita di status percepita, assenza di narrative collettive alternative, e disponibilità di armi. Gli Stati Uniti hanno più armi da fuoco in circolazione che abitanti: trecentoventi milioni di persone e circa quattrocentoventi milioni di armi, secondo le stime del Small Arms Survey. Il Secondo Emendamento, interpretato dalla sentenza Heller del 2008 come un diritto individuale assoluto, significa concretamente che chiunque può costituire una milizia armata nel proprio stato, purchè non parta il primo colpo, e nessun apparato legale può fare granché prima che il primo colpo parta. È un paradosso che trasforma ogni capannone agricolo in un potenziale arsenale e ogni malcontento in un potenziale insurrezionalista.
Il governo federale ha tentato reazioni. Dal 2021 in poi, il Dipartimento di Giustizia ha moltiplicato le task force dedicate al terrorismo domestico, potenziato le unità di analisi digitale, condannato i leader degli Oath Keepers per sedizione, avviato revisioni delle politiche di monitoraggio dei gruppi estremisti. Ma le condanne dei leader del sei gennaio hanno già cominciato a essere ridiscusse nel clima politico del 2025, e la narrativa che quei condannati fossero patrioti perseguitati ha trovato amplificatori potentissimi nelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto essere presidiate. Nel frattempo, un numero crescente di candidati con background paramilitare viene eletto in legislature statali in stati conservatori, portando dentro le istituzioni democratiche quella stessa sfiducia nelle istituzioni democratiche che teoricamente avrebbe dovuto distruggerle dall’esterno.
È qui che risiede il paradosso più elegante e devastante dell’intera storia: il terrorismo domestico americano non mira soltanto a distruggere le istituzioni con la violenza. Mira a svuotarle dall’interno, a occuparle, a cambiarne il senso fino al punto in cui non è più necessario bruciarle perché sono già diventate qualcosa di diverso da ciò che erano. L’assalto al Campidoglio non ha fermato la certificazione dei voti: è durato qualche ora ed è finito. Ma ha dimostrato a milioni di americani che era possibile, che il cuore fisico della democrazia americana poteva essere occupato da una folla armata di bandiere con le corna e che il costo immediato era sopportabile. Quella dimostrazione vale più di qualsiasi bomba.
Il sociologo Mark Juergensmeyer, studioso delle radici religiose della violenza politica, ha documentato come i movimenti di terrorismo domestico americano abbiano costruito nel tempo una vera e propria teologia della guerra cosmica, in cui la violenza non è soltanto uno strumento politico ma un atto sacro di purificazione e resistenza. Il Christian Identity Movement, le teorie del “Grande Sostituto” che hanno ispirato gli attacchi alle sinagoghe di Pittsburgh nel 2018 e alle moschee di Christchurch nel 2019, il QAnon con la sua narrativa di sacrifici rituali e pedofili satanisti: tutti condividono una struttura mitica in cui la violenza contro il nemico è non solo giustificata ma comandata da una forza superiore, che sia Dio, la razza, o la Costituzione intesa come testo sacro. Quando la violenza diventa teologia, le normali leve della dissuasione razionale smettono di funzionare.
È questa la vera dimensione del problema che l’America fatica a guardare in faccia: non si tratta soltanto di sicurezza pubblica, di leggi sulle armi, di monitoraggio delle piattaforme digitali, di risorse per l’FBI. Si tratta di una crisi culturale profonda, di una nazione che ha costruito la propria identità sull’individualismo assoluto, sulla diffidenza verso ogni potere collettivo, sulla glorificazione della violenza come strumento di libertà, e che ora raccoglie le conseguenze di quelle scelte fondative. Il mito del cowboy che difende la propria terra con il fucile, del cittadino che resiste alla tirannia con le armi, del patriota che sa quando la legge ha smesso di essere giusta: sono miti potenti, narrativamente seducenti, cinematograficamente immortali, e operativamente catastrofici quando incontrano la realtà contemporanea di un paese polarizzato, armato fino ai denti e connesso in permanenza a reti che amplificano ogni risentimento fino alla distorsione.
Nel 2025, dunque, l’America si trova a fare i conti con cinquant’anni di una guerra che non ha mai voluto nominare correttamente. Non è una guerra contro il comunismo, contro il terrorismo islamico, contro la Cina. È una guerra contro se stessa, contro le proprie contraddizioni irrisolte, contro le promesse che non ha mantenuto e le narrazioni che ha usato come anestetici invece che come bussole. Il nemico non arriva con i gommoni attraverso l’Atlantico, non si nasconde in cell dormanti nelle grandi città, non viene addestrato in campi nei deserti del Medio Oriente. Il nemico si sveglia la mattina nella stessa casa in cui si è addormentato, si fa il caffè con la stessa macchinetta, accende lo stesso computer, e un giorno decide che il momento è arrivato.
È una storia senza lieto fine disponibile, almeno nell’immediato. Ma è una storia che merita di essere raccontata senza eufemismi, senza il vocabolario della gestione dell’immagine istituzionale, senza la comodissima scappatoia del disturbo mentale che assolve tutti tranne la vittima. L’America ha un problema con se stessa. Riconoscerlo non risolve nulla, ma è il minimo indispensabile per cominciare a capire quanto sia profondo il pozzo in cui si è cacciata.
E il pozzo, bisogna dirlo, è molto più profondo di quanto qualsiasi discorso presidenziale abbia mai avuto il coraggio di ammettere.



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