Wind of Change: quella canzone aveva ragione. Siamo noi ad aver sbagliato tutto.
Esistono canzoni che fanno ballare, altre che fanno piangere, altre ancora che restano appese a un ricordo personale, a un viaggio, a un amore finito o a una stagione della vita che non tornerà.
Poi ce ne sono alcune, rarissime, che senza averne l’intenzione finiscono per raccontare un’intera civiltà.
Wind of Change degli Scorpions è una di quelle.
Non parla soltanto della caduta del Muro di Berlino. Non parla soltanto della fine della Guerra Fredda. Non parla neppure, come molti hanno voluto credere, della semplice vittoria dell’Occidente sull’Unione Sovietica.
Parla di qualcosa di molto più fragile, più ingenuo e quindi infinitamente più pericoloso: la speranza.
E infatti è durata pochissimo.
L’essere umano possiede una qualità davvero straordinaria. Quando sembra aver finalmente imparato qualcosa, trova subito un modo creativo per dimenticarselo. È una specie di talento collettivo, una vocazione quasi artistica per il disastro.
Nel 1989 il Muro di Berlino cade.
Le televisioni mostrano uomini e donne che si abbracciano sopra il cemento. Famiglie separate per quasi trent’anni si ritrovano. I soldati abbassano i fucili. L’Unione Sovietica scricchiola. Michail Gorbaciov parla di riforme, apertura e disarmo. L’Occidente sogna una pace duratura.
Persino i tedeschi riescono a mettersi d’accordo.
Sembrava davvero un miracolo.
E quando persino i tedeschi si mettono d’accordo, uno pensa che Dio abbia deciso di fare gli straordinari.
Per qualche anno abbiamo creduto che la storia avesse finalmente cambiato strada. Che la paura atomica potesse restare chiusa nei manuali scolastici. Che le grandi potenze avessero capito quanto fosse leggermente insensato tenere il pianeta in ostaggio con migliaia di testate nucleari.
Qualcuno parlò perfino di fine della storia.
Era una teoria affascinante, elegante e rassicurante. Peccato che la storia, evidentemente, non fosse stata informata.
Poi siamo tornati a fare quello che ci riesce meglio.
Litigare.
Costruire nuovi muri.
Cambiare nome alle guerre.
Inventare nuovi nemici.
Produrre nuove armi.
Perché l’industria bellica possiede una caratteristica ammirevole: non va mai davvero in crisi.
Può crollare la borsa. Può fallire una banca. Può sparire una casa automobilistica. Può chiudere una fabbrica, saltare una pensione e collassare un intero sistema sanitario.
Ma qualcuno disposto a vendere un missile a qualcun altro disposto a comprarlo si trova sempre.
È una delle poche certezze dell’economia mondiale.
Noi, nel frattempo, continuiamo a raccontarci la favola del progresso.
Guardate come siamo evoluti.
Abbiamo smartphone capaci di tradurre decine di lingue. Abbiamo l’intelligenza artificiale. Abbiamo automobili che si guidano quasi da sole, robot capaci di assistere un chirurgo e satelliti in grado di osservare ogni angolo del pianeta.
Poi passiamo le giornate a insultarci sui social perché qualcuno ha votato il partito sbagliato.
Straordinario.
Siamo una civiltà tecnologicamente avanzata che, sul piano emotivo, sembra ancora discutere tenendo la clava appoggiata al tavolo.
Gli Scorpions, invece, avevano intuito qualcosa.
Non stavano celebrando un vincitore.
Non stavano dicendo: abbiamo sconfitto il nemico.
Stavano dicendo: forse possiamo smettere di considerarci nemici.
La differenza è enorme.
Il mondo del 1989 sembrò comprenderla, almeno per qualche mese. Migliaia di giovani occidentali e sovietici ascoltavano la stessa musica, applaudivano gli stessi gruppi e scoprivano di avere desideri molto meno incompatibili di quanto la propaganda avesse raccontato per decenni.
Volevano vivere.
Volevano viaggiare.
Volevano amare.
Volevano ascoltare musica senza che ogni chitarra elettrica fosse considerata un complotto imperialista o una minaccia all’ordine costituito.
Evidentemente era troppo.
Quella sottigliezza era forse eccessiva per una specie che ancora oggi riesce a dividersi sul colore di una mascherina, sull’esistenza del cambiamento climatico, sull’origine di una pandemia o sul fatto che sparare addosso ai bambini sia, magari, una cattiva idea.
Il Venerabile Ordine viene accusato, ogni tanto, di essere pessimista.
Macché.
Noi siamo ottimisti delusi.
È diverso.
Il pessimista non si aspetta nulla. Noi, invece, sappiamo perfettamente che l’essere umano è capace di gesti meravigliosi. Proprio per questo ci irrita quando decide di comportarsi come un idiota con accesso a un arsenale.
Lo abbiamo visto il 9 novembre 1989.
Lo abbiamo visto quando migliaia di persone salirono su quel muro e iniziarono ad abbatterlo senza abbattere chi stava dall’altra parte.
Quella sì che era una rivoluzione.
Niente influencer.
Niente dirette sponsorizzate.
Niente selfie davanti ai carri armati.
Niente esperti di geopolitica comparsi improvvisamente tra una ricetta della carbonara e un video di gattini.
C’erano persone vere.
Persone stanche di vivere divise da un confine di cemento, filo spinato, torrette di guardia e ordini di sparare.
Persone che volevano semplicemente vivere.
Poi è arrivato il nuovo millennio.
E abbiamo ricominciato.
Jugoslavia.
Afghanistan.
Iraq.
Siria.
Libia.
Ucraina.
Gaza.
Conflitti dimenticati in Africa.
Missili ipersonici.
Droni armati.
Sistemi automatici di puntamento.
Intelligenza artificiale applicata alla guerra.
Complimenti.
Abbiamo preso il meglio della tecnologia e lo abbiamo impiegato per trovare sistemi sempre più veloci, precisi ed economici per ammazzarci.
Darwin, probabilmente, aveva sopravvalutato una parte della specie.
Non basta costruire macchine più intelligenti per diventare persone migliori. Non basta avere accesso a tutte le informazioni del mondo per comprenderlo. Non basta poter parlare con chiunque, in qualsiasi lingua, per imparare ad ascoltare.
Siamo connessi come mai prima nella storia e continuiamo a vivere in tribù.
Abbiamo accesso a biblioteche immense e condividiamo titoli che non abbiamo letto.
Possiamo verificare una notizia in pochi minuti e preferiamo credere alla prima sciocchezza che conferma quello che già pensavamo.
Il progresso tecnico corre.
Quello morale, invece, sembra essersi fermato a prendere un caffè.
Eppure il punto non è arrendersi al cinismo.
Il cinismo è facile.
È comodo.
È quasi pigro.
Permette di osservare il disastro dal divano, dichiarare che tanto gli esseri umani sono tutti uguali e sentirsi perfino intelligenti.
Molto più difficile è continuare a credere che le persone possano scegliere una strada diversa.
Wind of Change continua a emozionare proprio per questo.
Perché non racconta soltanto un momento storico. Racconta una possibilità.
Ci ricorda che i muri possono cadere.
Tutti.
Prima o poi.
Cadono quelli di cemento.
Cadono quelli politici.
Cadono gli imperi.
Cadono le dittature.
Cadono le ideologie che si credevano eterne.
Cadono perfino i leader che sembravano invincibili e che, appena scompaiono, vengono sostituiti da statue abbattute, fotografie strappate e biografie ufficiali improvvisamente molto meno entusiaste.
L’unico muro che continua ostinatamente a ricostruirsi è quello che innalziamo ogni giorno dentro la nostra testa.
È il muro che ci convince che chi la pensa diversamente sia automaticamente un nemico.
Che chi nasce oltre un confine valga meno.
Che la pace sia una debolezza.
Che il dialogo sia tradimento.
Che chiedere prudenza significhi arrendersi.
Che la guerra sia inevitabile.
No.
La guerra non è un fenomeno atmosferico.
Non arriva perché il cielo si annuvola.
Non scoppia da sola.
La guerra è una scelta.
Come lo è la pace.
La differenza è che la pace richiede intelligenza, pazienza, memoria, coraggio e la disponibilità a rinunciare a qualcosa.
La guerra, invece, richiede soprattutto abbastanza persone da convincere che morire per gli interessi di qualcun altro sia una forma di gloria.
E la storia dimostra che i reclutatori non sono mai rimasti senza materiale umano.
Ogni guerra viene presentata come necessaria.
Ogni invasione diventa preventiva.
Ogni bombardamento viene definito chirurgico.
Ogni civile morto si trasforma in danno collaterale.
Le parole vengono ripulite prima ancora del sangue.
È uno dei grandi servizi offerti dalla propaganda. Trasformare l’orrore in linguaggio amministrativo.
Forse è questo il motivo per cui Wind of Change continua a farci venire la pelle d’oca.
Non perché racconti un passato perfetto.
Quel passato non è mai esistito.
Non perché celebri un’epoca in cui gli uomini erano migliori.
Non lo erano.
Ci emoziona perché ricorda un momento in cui milioni di persone credettero davvero che fosse possibile cambiare direzione.
Per qualche istante sembrò che il mondo avesse capito.
Sembrò che i confini potessero aprirsi.
Che i missili potessero essere smantellati.
Che le ideologie potessero smettere di divorare gli uomini.
Che il futuro non dovesse necessariamente essere costruito sulla paura.
Poi abbiamo sbagliato quasi tutto.
Abbiamo confuso la fine di una guerra con la fine della guerra.
Abbiamo creduto che il mercato avrebbe sostituito la politica, che la ricchezza avrebbe generato automaticamente democrazia, che internet avrebbe unito i popoli e che la conoscenza sarebbe bastata a sconfiggere l’ignoranza.
Internet ha unito i popoli, certo.
Ora possono insultarsi in tempo reale da un continente all’altro.
Un risultato notevole.
Eppure quella canzone continua a essere lì.
Non come ricordo nostalgico.
Come accusa.
Come promemoria.
Come prova del fatto che, almeno una volta, siamo stati capaci di immaginare qualcosa di meglio.
Wind of Change aveva ragione.
I muri possono cadere.
I nemici possono smettere di esserlo.
La storia può cambiare.
La pace non è un’utopia da ingenui.
È una scelta politica, morale e umana.
Siamo noi ad aver sbagliato tutto.
Ma non significa che dobbiamo continuare a farlo.
Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato
Perché la memoria è un dovere. Il pensiero critico, una forma di legittima difesa.
Sergio De Amicis



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