«Non portate né oro né argento, né moneta alcuna nelle vostre cinture», dice il Vangelo di Matteo al capitolo 10, versetto 9. Una frase che, letta oggi, suona come un memo scritto da Gesù per i suoi discepoli: «Ragazzi, niente Rolex, niente borsette di Gucci, e soprattutto, per l’amor di Dio, niente cappamagne da dodici metri che sembrano uscite da un ballo di corte di Luigi XIV». Peccato che, a giudicare da certe foto di prelati contemporanei, qualcuno abbia preso quel versetto, lo abbia incorniciato con una bella cornice dorata, e poi lo abbia appeso in cantina, accanto alle scope e ai vecchi numeri di Famiglia Cristiana.
Prendiamo il cardinale Raymond Leo Burke, per esempio. Non un cardinale qualunque, intendiamoci. Burke è quello che, se la Chiesa cattolica fosse un film, interpreterebbe il ruolo del cattivo perfetto: elegante, colto, con una presenza scenica che farebbe invidia a un attore di Hollywood, e un guardaroba che sembra uscito da un catalogo di Vestiti per Prelati che Vogliono Sembrare Re. Burke è il tipo che, quando Papa Francesco dice «Dobbiamo essere una Chiesa povera per i poveri», risponde con un sorriso educato e un «Sì, certo, ma intanto io mi tengo la mia cappa magna da dodici metri, grazie». Perché, vedete, Burke non è solo un cardinale. È un brand. Un marchio di fabbrica. Un’icona pop del tradizionalismo cattolico, con tanto di fan club internazionale, fondazioni che organizzano convegni dove si discute seriamente se Francesco sia eretico, e un guardaroba che costa più del PIL di alcuni stati africani.
E che guardaroba, signori. La cappa magna, per chi non avesse avuto la fortuna di vederla dal vivo, è un mantello che può raggiungere i dodici metri di lunghezza. Dodici metri. Per darvi un’idea, è come se Burke si portasse dietro un autobus urbano ogni volta che celebra la Messa. Un capo che richiede, letteralmente, un assistente dedicato solo per evitare che il cardinale inciampi, travolga qualche fedele distratto, o provochi un incidente diplomatico internazionale intrappolando l’ambasciatore di qualche nazione cattolica. Immaginate la scena: Burke che avanza solenne in cattedrale, seguito da un povero chierichetto che regge lo strascico come se fosse la coda di un vestito da sposa, mentre i fedeli si chiedono se stiano assistendo a una Messa o a una sfilata di moda ecclesiastica sponsorizzata da Vogue.
Ma Burke non è solo un uomo con un debole per i tessuti pregiati. È anche un teologo serio, capace di parlare con autorevolezza di questioni dottrinali complesse mentre indossa paramenti che costano più di una casa. Un uomo che, quando non è impegnato a difendere la tradizione, si dedica alla promozione del Santuario di Nostra Signora di Guadalupe a La Crosse, Wisconsin. Un complesso mastodontico che sembra uscito da un film di Tim Burton, con una basilica neogotica che farebbe invidia a molte cattedrali europee, una biblioteca con volumi antichi che nessuno leggerà mai, e un museo d’arte sacra con opere che probabilmente varrebbero milioni sul mercato. Un luogo dove, presumibilmente, si impara a essere spirituali in 400 metri quadri invece che in 40, e dove i fedeli possono ammirare paramenti liturgici che sembrano usciti da un negozio di costumi per rievocazioni storiche.
E qui sorge spontanea una domanda: quanto costa mantenere un cardinale in stile Grand Siècle? Secondo alcune indiscrezioni, Burke possiederebbe proprietà personali per un valore complessivo che potrebbe raggiungere i 50 milioni di dollari. Cinquanta milioni. Una cifra che fa venire le vertigini, soprattutto se si pensa che con quella somma si potrebbero sfamare intere regioni africane, costruire scuole, ospedali, o magari comprare un paio di Fiat Panda usate per ogni famiglia bisognosa di Roma. Ma no, meglio investire in cappamagne da dodici metri e immobili di pregio, perché, si sa, la povertà evangelica è una cosa bellissima, ma solo se la praticano gli altri.
Ora, qualcuno potrebbe obiettare che Burke è un caso isolato, un’eccezione nella Chiesa cattolica. Ma purtroppo non è così. La storia della Chiesa è piena di esempi di prelati che hanno confuso il Vangelo con un manuale di Lifestyle per Ricchi e Famosi. Prendiamo i primi cristiani, per esempio. Gente semplice, che si riuniva nelle catacombe come topi spaventati, che condivideva i beni perché altrimenti moriva di fame, e che viveva nell’attesa del ritorno di Cristo. Il vescovo era un pastore della comunità locale, spesso un uomo sposato con moglie e figli, che lavorava come falegname o fabbro durante la settimana e la domenica spezzava il pane con i fratelli. Non c’erano palazzi episcopali, non c’erano paramenti dorati, non c’erano auto di rappresentanza. Al massimo, se eri fortunato, avevi un asino.
Poi è arrivato Costantino, e tutto è cambiato. La Chiesa è uscita dalle catacombe, ha sbattuto le palpebre alla luce del sole, e si è ritrovata direttamente nei palazzi imperiali, saltando a piè pari qualche passaggio intermedio che forse andava rispettato. I vescovi sono diventati funzionari imperiali, con stipendio statale, privilegi fiscali, e trattamenti di favore. Hanno iniziato a indossare paramenti che sembravano usciti da un guardaroba reale, a vivere in palazzi che facevano invidia agli imperatori, e a comportarsi come se fossero i veri padroni del mondo. E così, nel giro di pochi secoli, la Chiesa è passata dall’essere una comunità di poveri perseguitati a un’istituzione potente, ricca, e spesso corrotta.
Il Concilio Vaticano II, con la sua voglia di «aprire le finestre e far entrare aria fresca», ha cercato di riportare la Chiesa alle sue radici evangeliche. Paolo VI ha venduto la tiara papale e ha donato il ricavato ai poveri, molti vescovi hanno rinunciato ai titoli nobiliari, e le liturgie sono state semplificate. Ma, come spesso accade, la riforma è rimasta a metà. Perché cambiare i simboli esteriori è relativamente facile, ma cambiare le mentalità profonde è un’impresa titanica. E così, cinquant’anni dopo il Concilio, ci ritroviamo ancora con prelati che vivono come se nulla fosse cambiato, che indossano cappamagne medievali come se fossero divise da parata, e che si fanno chiamare «Sua Eminenza Reverendissima» come se fossero ancora nell’Ottocento.
E qui sta il vero problema. Non è una questione di rigorismo morale o di invidia sociale. È una questione di credibilità. Come può la Chiesa parlare di giustizia sociale, di opzione preferenziale per i poveri, di condivisione evangelica, se i suoi rappresentanti vivono in appartamenti da 400 metri quadri, indossano paramenti che costano quanto una macchina, e girano in Mercedes con autista personale? Come può un cardinale predicare la povertà evangelica mentre indossa una cappa magna che sembra uscita da un negozio di costumi per rievocazioni storiche? La risposta è semplice: non può. O almeno, non può farlo senza sembrare un ipocrita.
Eppure, nonostante tutto, c’è ancora speranza. Perché, come diceva quel tale, «la Chiesa è una barca che fa acqua da tutte le parti, ma è la barca di Pietro, e finché c’è Pietro, non affonda». E Pietro, oggi, si chiama Francesco. Un papa che ha scelto di vivere in una stanza di 40 metri quadri a Santa Marta, che mangia alla mensa comune con gli altri ospiti, che viaggia su una Ford Focus usata, e che, quando va in giro per Roma, esce dal Vaticano di nascosto come un frate qualunque per andare a trovare i poveri. Un papa che ha tagliato gli stipendi dei cardinali, ha eliminato i lussuosi appartamenti della Curia, e ha mandato ispettori nelle diocesi per controllare come venivano spesi i soldi dei fedeli. Un papa che, quando ha scoperto che il vescovo di Limburg, in Germania, aveva speso 31 milioni di euro per ristrutturare la sua residenza episcopale (con tanto di vasca da bagno da 15.000 euro e cappella privata da 2,9 milioni), lo ha rimosso dall’incarico senza esitazioni.
Ma il caso di Limburg non è un’eccezione. È la punta dell’iceberg. Ci sono vescovi in tutto il mondo che vivono in residenze storiche con decine di stanze vuote mentre le loro diocesi sono piene di famiglie sfrattate. Ci sono cardinali che girano in Mercedes con autista personale mentre i preti delle parrocchie povere non hanno i soldi per riparare il tetto della chiesa. Ci sono prelati che organizzano ricevimenti sontuosi con tovaglie ricamate e argenteria d’epoca mentre nelle mense Caritas manca il cibo. E tutto questo, badate bene, è perfettamente legale secondo il diritto canonico. Ma legale non significa giusto, e tantomeno significa evangelico.
Il Codice di Diritto Canonico prevede che i vescovi abbiano «un tenore di vita conforme alla loro dignità» ma anche «sobrio e conforme alla loro missione pastorale». Il problema è che queste due esigenze possono essere interpretate in modi radicalmente diversi. Per alcuni, la dignità episcopale richiede magnificenza esteriore, distanza sociale, e ostentazione di potere. Per altri, come Francesco, richiede semplicità, umiltà, e condivisione con i poveri. E qui sta la differenza tra una Chiesa che parla di povertà e una Chiesa che la vive.
Perché, vedete, il Vangelo non si predica solo con le parole. Si predica con i gesti, con le scelte quotidiane, con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. E se la tua vita contraddice le tue parole, allora le tue parole sono solo ipocrisia ben confezionata, formalismo religioso vuoto di sostanza. Francesco lo ha capito bene. E per questo motivo, quando ha deciso di tagliare stipendio e alloggio a Burke, non lo ha fatto per cattiveria, ma per coerenza. Perché, come diceva quel tale, «se vuoi essere un discepolo di Cristo, devi scegliere: o Dio o il denaro. Tertium non datur».
Resta da vedere se Burke imparerà qualcosa da questa lezione. Probabilmente no. Ma, come diceva quel tale, «la speranza è l’ultima a morire». E in tempi di crisi come questi, anche un piccolo gesto profetico di coerenza evangelica vale più di mille encicliche. Anche se quell’oro simbolico, per una volta, non è cucito sui paramenti liturgici, ma è testimonianza viva di fedeltà al Vangelo autentico.
E ora, se volete scusarmi, vado a confessarmi per aver pensato che la cappa magna di Burke assomigliasse un po’ troppo a un costume di Carnevale. Perché, si sa, anche i peccatori hanno bisogno di perdono.



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